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Purgatorio, suicidio o eutanasia? I problemi del teatro a Bari sono più ampi

Suicidio o eutanasia? La levata di scudi, i piagnistei, le geremiadi per il Purgatorio, piccola e scomoda struttura ricavata in un edificio che certo non pensava di diventare teatro, mai messa completamente e razionalmente a norma, in origine un vero night club cabaret per quella inquieta borghesia cittadina con qualche velleità intellettuale, ma troppo superficiale per aderire alle proposte "sinistre" di altre strutture. Il Purgatorio che poi, a partire dalla fine degli anni settanta, viene preso da un onesto mestierante della risata facile, Nicola Pignataro, uno dei tanti, sempre troppi, interpreti di una baresità di carta pesta, quella che non cresce, che non evolve, che non è capace nè di salvaguardare la tradizione autentica nè di arricchirla con i succhi della contemporaneità.

Nessuno, fuori di Bari, sa cosa sia il Purgatorio, chi sia Pignataro e la sua compagnia, Soprattutto nessuno, oltre la mitica cinta daziaria cittadina, potrebbe rammaricarsi della sua chiusura. A Bari ha chiuso ben altro, nella totale e generalizzata, anche pubblica, indifferenza. Bari non ha una scuola di teatro, anche se non gli sono mancati illustri drammaturghi in dialetto, come Vito Maurogiovanni, di cui però si continua, in un'altra baracchetta poco lontana, anche questa chiamata pomposamente teatro, a fare strame, perchè "la gente vuole ridere". E poco importa che persino il principe della risata, Totò, ha variamente insegnato per tutta la vita che nella tradizione italica non c'è risata senza lacrima, non c'è sorriso senza amarezza.

A Bari è stato chiuso il Piccolo Teatro di Eugenio D'Attoma e Nietta Tempesta (nella foto), l'unico luogo in cui si è fatta ricerca antropologico-linquistica sulla tradizione locale, O meglio, l'unico, insieme al Teatro dell'Anonima, che sin dai primissimi anni settanta, anticipando le felici intuizioni di Toti e Tata, propose una lingua dialettale che tenesse conto del tempo che passava, poteva costituire a Bari un centro d'eccellenza ed una scuola di recitazione.

E sì, perchè noi qui a Bari continuiamo a veder arrivare le compagnie di giro da altre città, andavamo al Piccinni a vedere i grandi, disprezzavamo il CUT (centro universitario Teatrale), o il Kismet, altra magnifica realtà aperta alle temperie europee e internazionali da cui oggi siamo tutti travolti. Ci siamo permessi il lusso di rinunciare a certi gioielli, abbiamo costretto l'Abeliano ad andarsene in periferia, e poi piangiamo per il Purgatorio?

No, qualcosa non va. In questa città che aspira a diventare capitale della cultura nel 2019, si firmano appelli per uno strofinaccio e si ignora il destino del copriletto in broccato. Si parla di cultura popolare e dialettale, senza che vi sia nessun tipo di programmazione culturale degna di questo nome. Pignataro vuol suicidare il Purgatorio? Si accomodi pure. Sarà solo una salutare eutanasia.

Scritto da Fortunata Dell'Orzo
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