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Foggia, quel pasticciaccio di Piazza Padre Pio

C’era una volta il mercato coperto di piazza Padre Pio, “grande incompiuta” della Prima Repubblica e delle amministrazioni foggiane scudocrociate. Un’opera pubblica progettata, appaltata, riprogettata, fermata e riavviata infinite volte e costata un’enormità.

Alla fine il sindaco Mongelli vende ai privati il suolo con il moncherino dell’opera da demolire consentendo una costruzione per uffici ed abitazioni. Se la aggiudica, ad un prezzo non grandissimo, la Coim, controllata dal costruttore Zammarano, un nome di prima grandezza dell’imprenditoria edile foggiana. Il prezzo è contenuto, si diceva, e se ne intende il motivo: c’è da abbattere e ricostruire, e il mercato immobiliare non è tale da garantire profitti lucrosi.

Questo, naturalmente, se non succede che ci sia un imperioso bisogno di nuovi uffici giudiziari. Accade infatti che, nell’ambito della riforma delle circoscizioni giudiziarie, il Tribunale di Lucera (che, ironia della sorte, ha sede in un edificio di proprietà pubblica) sia chiuso ed accorpato a Foggia, che si trova così nell’impellente necessità di trovare una sistemazione per il suo archivio cartaceo, dell’autorimessa e degli uffici della Procura della Repubblica. Non meno di cinquemila metri quadri, che vengono descritti in modo singolarmente simile all’edificio realizzato dall’imprenditore in piazza Padre Pio. Viene quindi bandita una pubblica “manifestazione di interesse”, alla quale concorrono dieci aziende.

Del tutto sorprendentemente, nove offerte sono dichiarate nulle per vizi vari. Per puro caso l’unica offerta che sopravvive è proprio quella della COIM, per fortuna del tutto corrispondente ai requisiti. Sarà quindi proprio quel luogo pubblico poi privatizzato a tornare di pubblica utilità.

Il costo? Un’inezia: 755mila euro di canone annuo, oppure 17 milioni e 450mila euro (se non siamo male informati, circa venti volte il prezzo a cui il costruttore ha comprato il suolo) per acquisire l’intero complesso. Tutto regolare? Forse. Di sicuro è singolare che ad ogni spending review corrisponda in Italia una re-review ben più costosa.

di Giacomo Pierri

Scritto da Redazione
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