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Cerignola, schiaffo al prete o alla città? Don Carmine non porga l'altra guancia

 

Conosco Don Carmine Ladogana da ragazzino.

Erano le regionali del 1990 e mi trovavo al Comune di Cerignola in attesa dello spoglio elettorale.

Lui giovane assessore della Dc, io tredicenne militante del Fronte della Gioventù.

In quelle elezioni la Dc perse consensi, mentre il Msi segnò un buon risultato alla Regione eleggendo mio padre, primo consigliere regionale di destra nella rossa Cerignola, preludio alla vittoria della destra tre anni dopo nel fortino del Pci.

Euforico per il risultato del Msi, la mia gioia fu oggetto di rimprovero dell’assessore Carmine Ladogana.

Al naturale battibecco è seguita una piacevole conoscenza ed amicizia con quello che poi è diventato un prete simpatico e vicino ai più giovani.

Certo, mai avrei immaginato di ritrovarmelo, un decennio dopo, a celebrare il mio matrimonio.

Per questo e per altri motivi che attengono all’etica pubblica e all’esempio che un politico, specie se amministratore comunale, deve dare ai propri cittadini, la vicenda dello schiaffo a Don Carmine da parte dell’assessore Michele Romano (esponente dell’Udc, quindi di un partito erede della Dc, partito cattolico per dna, non del Pci) non poteva lasciarmi indifferente.

Non voglio entrare nel merito di quanto accaduto, non ero presente, ma voglio esprimere la mia incondizionata solidarietà al prete e la più netta presa di distanza da Romano come politico, non come persona che non mi permetto di giudicare.

In una Città in cui le regole sono quotidianamente infrante, dove ogni giorno si assiste con rassegnazione cristiana a rapine, assalti a portavalori in pieno centro, almeno  da chi gestisce la cosa pubblica è lecito aspettarsi un comportamento non solo adamantino, ma idoneo al ruolo che si è chiamati a ricoprire.

Mi sorprende che il Sindaco, noto uomo di Chiesa, tergiversi ancora non prendendo provvedimenti doverosi e di competenza propria, invece di rimandare ad organi collegiali la vicenda sulla quale non vi è nulla da discutere.

Mi rincresce che Romano non abbia ancora dato le dimissioni, che dovevano essere immediate non per il comportamento in quanto tale, ma per l’offesa perpetrata ai danni di un servo di Dio e, nella sua persona, ad una Città intera.

Il silenzio di Don Carmine è esemplare per comportamento e merita rispetto, ma questa volta non porga l’altra guancia, non perdoni. Pretendere rispetto per se stessi, mai come oggi a Cerignola, significa pretendere rispetto per la Città tutta che non merita questo spettacolo.

Questa Città disgraziata, recentemente, ha trovato proprio negli uomini di Chiesa assurti ai vertici della Cei, Don Nunzio Galantino, e dei Frati francescani, Frate Antonio Belpiede, una speranza, un moto di orgoglio ed insperata fiducia.

Quello schiaffo è una sberla alla Città, ai suoi figli impegnati in prima linea, alla speranza e al futuro, nostro e dei nostri figli.

Romano si dimetta. Giannatempo lo inviti a farsi cristianamente da parte, subito.

Cerignola merita uomini in grado di assumersi la responsabilità degli atti che compiono anche se non sono politici, perché quando una persona riveste una carica pubblica non c’è confine tra pubblico e privato e questa triste vicenda non può essere considerata alla stregua di una lite di cortile o a un fatto privato tra due persone. Coinvolge tutti noi e le nostre coscienze.

Serve subito un esempio da mandare a tutta la Città. Chi non è in grado di dare rispetto non può essere preso ad esempio, chi sbagli ha il coraggio e il dovere di pagarne le conseguenze.

Le Istituzioni tutte meritano rispetto. La Chiesa è una delle poche che ha la fiducia della gente a differenza di una politica che ha perso credibilità anche grazie a questi episodi. Per questo se la politica vuole tornare credibile non si può porgere l’altra guancia, ma prendere opportuni provvedimenti.

Scritto da Fabrizio Tatarella
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