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Il Primo Maggio, l'ex caserma Rossani e quel bisogno di cultura

Fa riflettere che a Bari gli occupanti dell'ex Caserma Rossani Liberata siano stati gli unici ad aver organizzato qualcosa nel giorno della festa dei lavoratori. Il concerto, che ha ricordato a distanza di 10 anni la scomparsa del musicista barese Marco De Mitrio, ha visto alternarsi sul palco - allestito causa pioggia mattutina all'interno di uno dei plessi che circondano l'area della ex caserma occupata - diversi gruppi della scena locale, tra cui Gli orecchiabili, i B.U.M., i Modaxi, La stanza del Té, Lady B e i Fabryka. 

Il buon numero di presenze che ha animato l'improvvisata arena nel corso della giornata ha reso evidente come una cospicua fetta della cittadinanza barese reclami a gran voce aree destinate alla partecipazione collettiva. Basta passeggiare fra le camerate riadattate a libreria sociale, laboratori didattici e aree eventi per cogliere come questa necessità sia avvertita da voci differenti della popolazione: dal presidio antifascista ai no tav, dai movimenti underground alle famiglie. 

La lecita rivendicazione per una cultura finalmente a portata di tutti diventa però sterile senza una concreta analisi di ciò che significa farsi promotori di cultura nell'Italia - e nella Bari - della burocrazia e dell'ingiustizia socio-culturale.

Al netto di qualunque giudizio sulle modalità scelte dagli occupanti per marcare il proprio dissenso - attraverso una forma di disobbedienza civile che paga con ampie concessioni al rispetto della legalità il suo tributo alla lotta - c'è da chiedersi se non sia giunto il momento di interrogarsi sugli ostacoli che impediscono alle diverse realtà presenti sul territorio di fare cultura a Bari, e permettere di partecipare attivamente ad una contaminazione d'esperienze che risolva una volta per tutte l'apatia culturale che ha caratterizzato la città negli ultimi anni.

La provvisorietà dei permessi concessi al collettivo, figlia forse di un calcolo squisitamente elettorale, rischia di schiacciare l'intera operazione su se stessa sino a farla implodere: a cosa porta la disobbedienza civile se non raggiunge un risultato tangibile e stabile per la collettività? Non corre forse il rischio, nella sua provvisorietà, di avere come massimo risultato la riproduzione infinita di un modello autoreferenziale, impermeabile all'esterno, una zona franca in cui convivono ideali, pace, uguaglianze e poca attenzione per le regole?

Una forma matura di disobbedienza civile ha la sua ragion d'essere se riesce nell'intento di mutare a favore della collettività di cui si fa voce quelle regole che ne castrano le potenzialità inespresse. 

Scritto da Lino Castrovilli
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