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Bari, se il Piccinni è una Moschea

E' al caldo cocente dell'ora di pranzo, in questo lunedì 30 giugno che il Teatro Piccinni si trasforma nel teatro di una rappresentazione inconsueta.

Mentre all'ombra dell'edificio, al riparo dal sole, ma senza scapo dalla calura, una trentina di extracomunitari occupano le scalinate e parte del marciapiede per manifestare e chidere, non si è capito bene a chi, di essere ospitati nel C.A.R.A. di Bari, centro di accoglienza e cura per gli immigrati clandestini.

Una rappresentazione ingombrante e silenziosa, che fa del "tempio" barese, orgoglio artistico e architettonico del capoluogo pugliese, un luogo di "culto" in un senso del tutto nuovo.

Da una parte le forze dell'ordine a controllare la situazione, dall'altra, all'ingresso del teatro, un uomo. Ha i colori della terra, la barba lunga, le mani giunte, il capo chino, diretto ora al pavimento ora alto verso muro. Su e giù con il ritmo scandito come quello dei tanti balletti che iquel palcoscenico ha ospitato. Le sue ginocchia, le sue ginocchia non poggiano sul pavimento, ha sotto di se un telo; come quelli che si portano dietro coloro che preventivano la recitazione "Subhana rabbi al a'ala".

Piccinni, luogo di cultura, lo sanno tutti.

Scritto da Maria Pia Ferrante
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