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Gianni o'zappatore

 

L’abbigliamento è importante. Mario Merola dava il suo “felicissima sera a tutte sti signure ‘ncravattate” per marcare la differenza fra l’ipocrita eleganza dei ricchi e la rurale e malvestita sincerità campagnola. Di Vittorio organizzava a Cerignola lo “sciopero del cappotto” per rivendicare ai braccianti la stessa “vestibilità” degli agrari. Insoma, in politica “l’abito fa il monaco”.

Non stupisce quindi che la maggioranza degli osservatori che hanno partecipato alla conferenza stampa del sindaco di Foggia Gianni Mongelli abbiano messo in risalto il look del primo cittadino, presentatosi in maglioncino nero girocollo, avvertendo che “non metterà più la giacca”. Siamo dalle parti di Marchionne, più che da quelle di Merola e Di Vittorio, ma pazienza.

Il descamisado Mongelli, con questo nuovo piglio da blouson noir, ribaltare una situazione che lo vede all’ultimo posto per gradimento fra i sindaci d’Italia. A causa –egli dice- delle impopolari decisioni che ha dovuto prendere per la pesante eredità lasciatagli dai suoi predecessori. Una sorta di Monti in sedicesimo, ove si trascuri il fatto che il professore, malgrado i dolorisissimi sacrifici che ha imposto agli Italiani, è tuttora una delle persone di cui i cittadini si fidano di più, lo votino o meno.

Il problema, in realtà, non è capire come mai ci siano così pochi foggiani che si fidano del sindaco di Foggia; ma come mai ne siano rimaste così tante. Perché in questione non sono i salassi praticati con le imposte locali, con i parcheggi, con il taglio drastico dei servizi al fine di farci approdare al semi-dissesto del decreto salva-città.

Il problema è la gestione confusionaria, la direzione di marcia incomprensibile, il trasformismo politico e l’insipienza programmatoria che hanno caratterizzato l’amministrazione.

Certo, le eredità pesano; certo, il tenebroso potere della criminalità organizzata, resosi evidente con il fallimento dell’azienda Amica, non rende facili le cose. Ma il florilegio di inerzia e di errori, di protagonismo senza qualità e di afasia messo in mostra da questa amministrazione non può essere cancellato.

È vero, ad esempio, che l’attuale compagine di Giunta è la migliore mai messa in campo da Mongelli: ma a che servono persone di buona volontà e capacità prive di una qualsiasi agenda?

Come si fa a rimanere tetragoni al proprio posto dopo l’abbandono di Lucia Lambresa, la cui presenza in campagna elettorale e il cui appoggio al ballottaggio furono la causa prima della “maggioranza anomala” che dal 2009 regge la città?

E che senso ha continuare a lamentarsi dell’eredità ricevuta quando gli artefici di quell’eredità sono in maggioranza e condizionanti?

Le istantanee della città sommersa dalla spazzatura, l’incapacità di reagire alla mafiosità che –come dice Emiliano- a Foggia si respira nell’aria (ed è vero, in barba alle reazioni piccate), la diffusa insofferenza dei cittadini sono solo la punta di un iceberg, che è fatto della richiesta pressante e insoddisfatta (a tratti esasperata, più spesso disperata), che la politica faccia il suo mestiere.

È il grande buco della politica, pavida, ignava o complice, quello che a Foggia bisogna riempire. Con giacca o senza, ma con idee, che continuano purtroppo ad essere latitanti o pallide.

Per quel che può valere il nostro giudizio, continuiamo a ritenere Mongelli una persona onesta, che non risparmia impegno e sacrifici per una città che certamente ama. Proprio per questo ci dispiace continuare a vederlo in un ruolo e in una posizione che non gli fa onore.

La cosa migliore che può fare per una città stremata da incuria e percorsa da egoismi e ferocie è dare le dimissioni. Diversamente, in giacca o in maglione, continueremo a pensare che si tratti di un remake di “Sotto il vestito niente”.

Scritto da Enrico Ciccarelli
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