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Foggia, non basterà la Corte de(gl)i (S)conti

 

Foggia affonda, ma tiene banco l’ennesima “questione democristiana”. Da cinque lunghi anni, da quando l’ispettore appositamente inviato dal Ministero dell’Economia ispezionò i bilanci comunali, Foggia è “tecnicamente in dissesto”. Una condizione prefallimentare causata dalle rovinose politiche della Giunta Ciliberti e dell’assessore al Bilancio Angelo Benvenuto, che è peraltro tuttora un influente consigliere di maggioranza.

Da quando è stato eletto, nel 2009, Gianni Mongelli ha fatto dell’evitare il dissesto la sua “ragione di vita” come sindaco. Una cura da lacrime e sangue che ha pesato soprattutto sulle aziende erogatrici di servizio all’Ente, costrette ad una cura dimagrante del 30%, e sui cittadini che hanno visto diminuire le prestazioni comunali in termini di servizio. In parte questi tagli hanno (solo parzialmente) disboscato una giungla di privilegi assistenziali, in parte hanno inciso sulla carne viva del bisogno.

Come che sia, Mongelli è stato aiutato fin dall’inizio dalla Corte dei Conti, che pur proclamando a più riprese l’esistenza di una condizione di pratico dissesto, non è intervenuta a deliberarla d’ufficio, limitandosi a scaricare sul sindaco e sugli amministratori le conseguenze dell’eventuale dichiarazione tardiva (dal momento della dichiarazione dello stato di dissesto, infatti, cessano gli interessi passivi sui debiti).

Una “Corte degli sconti” che ha cercato di evitare un nuovo “caso-Taranto”, vuoi perché non c’è paragone fra il disequilibrio finanziario della cittadina ionica e quello foggiano, vuoi perché si temeva l’effetto domino che avrebbe potuto coinvolgere diversi altri centri pugliesi, a cominciare da Lecce.

Anche lo spiaggiamento sul decreto “salva-città” ha bisogno del via libera della magistratura contabile. Anche questa non sarà una passeggiata, visto il forte incremento delle tariffe e il serio decremento dei servizi che comporterà; ma potrebbe evitare un tracollo, non tanto per il Comune quanto per i suoi creditori.

I tempi per approntare un credibile progetto di risanamento sono risicati, visto che lo si deve approvare entro fine febbraio. E tuttavia, incredibilmente, i partiti della maggioranza sono affaccendati nelle consuete guerre intestine, che hanno causato il venir meno del numero legale nell’ultima seduta del Consiglio Comunale.

Pietra dello scandalo è l’ennesima questione democristiana. Foggia è sempre quella città dove, a detta di don Baget Bozzo, “si nasce democristiani”. Lo scudo crociato attraverso le sue infinite resurrezioni, ha sempre raccolto consensi notevoli.

La rivolta dell’Udc alla prepotenza di Fitto e il suo accordo con il centrosinistra sono all’origine della Giunta Mongelli. Poi la maggioranza dei dirigenti e degli eletti del partito, in rivolta contro la decisione di Casini di nominare commissario il parlamentare Angelo Cera, costituì l’Udcap, un partitino territoriale.

Oggi la maggioranza dell’Udcap, con in testa l’ex deputato regionale e nazionale Franco Di Giuseppe, è vicina alla Dc di Fontana, di osservanza berlusconiana; non così l’assessore comunale Pasquale Pellegrino, che ha invece aderito al Centro Democratico di Tabacci.

I democristiani chiedono a Mongelli l’immediato ritiro della delega assessorile a Pellegrino e l’emarginazione della consigliera Anna Rita Palmieri, a lui legata. Una baruffa destinata a non incidere sugli esiti elettorali (il Centro Democratico avrà una rappresentanza parlamentare, ma non in Puglia; la Dc quasi certamente non ci arriverà), ma che potrebbe azzoppare la città a pochi passi dal traguardo. La metafora del ballo sul Titanic poco prima del naufragio non potrebbe essere più adeguata.

Scritto da Enrico Ciccarelli
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