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Crisi, le riflessioni della Cgil di Bari

La più grave crisi economica mai vissuta dall’Italia.

Si tratta della situazione più pericolosa che ci sia mai stata nella storia della Repubblica, dove si intersecano diversi fattori destabilizzanti, dei quali ciascuno determina una condizione di emergenza e tutti sono in via di peggioramento. Molte aziende hanno chiuso i battenti, con ipotesi di svendita ad aziende concorrenti straniere. Il numero dei disoccupati continua a moltiplicarsi, la cassa integrazione è in via di esaurimento e la precarietà ormai attraversa tutte le generazioni. Altro elemento allarmante in questo scenario è che per la prima volta ad essere depresse non sono solo le fasce economiche più deboli e povere della popolazione, ma anche lo stesso ceto medio, alle prese con una precipitazione nella scala sociale. Piccoli e medi imprenditori, artigiani, liberi professionisti e famiglie che non riescono più ad accedere a diritti fondamentali quali una formazione universitaria per i figli, una serenità per la propria vecchiaia e i costi per la salute.

Nella crisi globale le economie più forti hanno potuto resistere a scapito di economie meno attrezzate. E’evidente che quella italiana è un’economia che ha subìto piuttosto che reagire in maniera positiva. Non ci sono stati governi nazionali forti e responsabili e le precedenti politiche di Governo oltre a non intervenire hanno anche negato la crisi, per cui ci siamo trovati impreparati poi a gestire le emergenze. Non abbiamo lavorato rispetto agli investimenti da fare. Piuttosto che incentivare operazioni di investimento su fabbriche e lavoro, sono state agevolate politiche di investimento sulla finanza.

La crisi globale ha ridotto i mercati ed è diventata crisi che ha esasperato la competizione, tagliandoci fuori dai mercati sia per quanto riguarda i prodotti di alta qualità, non avendo fatto investimenti in innovazione e ricerca e sia per quanto riguarda i prodotti di largo consumo dal momento che esistono mercati in cui le attenzioni verso l’ambiente e i diritti del lavoratore sono totalmente inesistenti. Manca una politica industriale nazionale. E’ questo il dato drammatico che non agevola le imprese e non le spinge ad investire in innovazione tecnologica e in ricerca e quindi in prodotti di qualità che possono stare sul mercato. Dunque da un lato c’è la mancanza di sostegno a queste imprese, dall’altro ci sono poi aziende che piuttosto che investire per tempo nei loro siti locali, hanno pensato a delocalizzare oppure hanno preferito investire in attività finanziarie per fare facili profitti. E le conseguenze alle quali assistiamo sono proprio il frutto di queste scelte scellerate.

Quali sono i tempi di questa crisi e con quali strumenti e azioni ne usciamo? Questo ora il perno focale della questione. Molto dipenderà dalle politiche che si instaureranno a livello nazionale, sperando non siano più di austerity e di tagli capodici e  lineari che non servono a nulla. Bisogna capire se ci saranno politiche di investimento nei settori dell'industria, sul mezzogiorno, sul territorio barese  che rappresenta una realtà importante sul piano della logistica, dei trasporti, delle infrastrutture. Questo territorio può uscire dalla crisi certamente cambiato ed in meglio, a meno che non si perseveri continuando a ragionare solo in termini di ammortizzatori sociali e di tagli alla spesa pubblica. Se così sarà,  è evidente che la zona industriale di Bari rischia di diventare un deserto.

La situazione è grave e ce ne accorgiamo quotidianamente durante le manifestazioni di protesta che teniamo davanti alle aziende. L’esasperazione è talmente alta da farci affermare che fra qualche mese, quando alla mancanza di lavoro, si sommerà  anche l’assenza di ammortizzatori sociali, corriamo il concreto rischio che le situazioni degenerino, potendo anche provocare problemi di ordine pubblico. Abbiamo difficoltà a placare l’ira della gente, dei lavoratori che vogliono reagire. E’chiaro che se non c’è una risposta concreta, quella gente che non ha più nulla, né il posto di lavoro, né un sostegno, né la speranza che le cose cambino, farà esplodere la propria rabbia.  

Il tessuto produttivo barese è complessivamente in crisi a parte alcune aziende  che vivono una loro  vivacità sul piano economico perché hanno trovato la nicchia di mercato, tutte le altre  sono più o meno in crisi o hanno rinnovato e investito per tempo. Il numero delle aziende in difficoltà della Zona industriale è elevato e sono migliaia i lavoratori soggetti a procedura di ammortizzatori sociali o a rischio imminente. Solo per citarne alcune, fra le aziende in difficoltà nel settore dell’edilizia abbiamo: la DEC spa con 56 dipendenti in esubero, la ICON con 14 e la CALCESTRUZZI BARI con 10.

Tra le aziende del settore del legno è in crisi la FORGIONE con 47 lavoratori in esubero. Fra le imprese metalmeccaniche in difficoltà sono: la AET SERVICE con 30 lavoratori in contratto di solidarietà; la BB BARI srl con 32 lavoratori in cassa integrazione a rotazione;42 i lavoratori in solidarietà dell’azienda ELETTRONICA; sempre nella zona industriale a rischio è la ELEVATORI con 39 in cassa integrazione a rotazione; l’azienda FORME INDUSTRIALI con 48 dipendenti in contratto di solidarietà. Fra le altre citiamo anche: OFFICINE CARENZA (opel) 56 in cassa integrazione; OFFICINE DE PASQUALE con 88 in cig; PROFILIA con 31 in cassa integrazione; SANTORO con 27 in solidarietà; SIRET srl con 39 dipendenti in cassa integrazione e SIRTI con 42 in cig. E purtroppo stiamo parlando solo di una parte delle aziende in crisi nella zona industriale barese. I casi più delicati, intendendo per tali quelle aziende con un alto numero dei lavoratori coinvolti da procedura di ammortizzatori sociali o a rischio imminente, sono la BRIDGESTONE con 950 lavoratori, la OSRAM con 220 e la OM con 285 e i circa 500 lavoratori dell’indotto che complessivamente sono ad esse collegate. Accanto a queste situazioni drammatiche esistono tante altre piccole e medie imprese al di fuori dell’area industriale barese, dislocate nel territorio produttivo della provincia che vivono situazioni di crisi per nulla trascurabili. Ecco di seguito solo alcuni casi.

Fra le aziende che si occupano di produrre e confezionare camicie ci sono: la Cooperativa GIPLA di Noci che ha messo in mobilità da febbraio ad oggi 125 dipendenti; la STELEMA di Casamassima con 75 lavoratori in cassa integrazione straordinaria che saranno licenziati entro il 15 luglio; più in generale nel settore tessile abbiamo a Locorotondo la CAMPIV che ha licenziato 35 addetti e la  EDO’S 28; a Bitonto la PRIAMO ha licenziato 27 unità e la COSTANTE BACCO che ha mandato a casa 48 lavoratori. Ci sono ancora altre realtà dove la cassa integrazione sarà seguita dal licenziamento dislocate a Putignano, Santeramo, Acquaviva, Ruvo, Molfetta, e parliamo di oltre 400 dipendenti in totale. Anche il settore calzaturiero vive una crisi profonda: l’azienda storica di Molfetta JEANNOT’S ha licenziato 34 unità, cioè circa la metà dei dipendenti totali, dopo lunghi periodi di cassa integrazione e la CASUCCI di Acquaviva specializzata in scarpe ortopediche con 30 dipendenti, a causa del calo degli ordini è in procinto di mandare a casa dieci unità. Ad essere in difficoltà non sono solo le imprese metalmeccaniche ma anche quelle del terziario e dei servizi. Il numero delle aziende in difficoltà da noi censite è di circa un centinaio, mentre il numero dei lavoratori soggetti a procedura di ammortizzatori sociali o a rischio imminente sono stimati in circa 4000. In particolare spiccano, tra i casi più delicati, intendendo per tali quelle aziende con un alto numero dei lavoratori coinvolti da procedura di ammortizzatori sociali o a rischio imminente,  quello della Natuzzi, quello delle Auchan e quello degli Appalti di pulizie e mense con centinaia di lavoratori per ognuno. Registriamo anche criticità nel settore delle cooperative sociali e nella sanità privata con centinaia di lavoratori coinvolti. Pertanto non si può pensare di risolvere il problema della disoccupazione o di chi non ha reddito solo con gli ammortizzatori sociali o con un presunto reddito di cittadinanza. E ci sottolineano un’emergenza: la connessione e la comprensione di nuove povertà e bisogni che non sono solo di carattere materiale ma anche di solidarietà e coesione sociale, per restituire una speranza di prospettiva e per recuperare una condizione di benessere attraverso politiche più efficaci sul territorio, agite anche con la contrattazione sociale. C’è bisogno che si crei sviluppo e occupazione reale ma anche buona occupazione.

La Puglia per troppo tempo è stata lasciata sola. Gli strumenti a disposizione delle Regioni, ma soprattutto dei comuni sono davvero limitati. Strumenti sempre più razionalizzati, tagliati, ridotti a causa della spending review, dei tagli alla spesa pubblica. E’ chiaro che con queste ristrettezze poco può fare un comune. Occorre un miglior utilizzo dei fondi strutturali, ed è proprio in questa fase che si deve fare di più per evitare che le risorse  disponibili restino inutilizzate. Su questo stiamo monitorando il territorio e sensibilizzando le istituzioni anche chiedendo interventi di commissariamento nei confronti delle pubbliche amministrazioni inadempienti che non svolgono appieno il proprio ruolo.

La Cgil ha attuato un’azione di forte contrasto alle politiche economiche e sociali del governo nazionale  e di quello europeo provando a dire che era necessario intervenire modificando proprio quelle politiche, ma non siamo stati ascoltati. Forse potevamo fare di più, potevamo essere più incisivi, di certo c'è che abbiamo poco da rimproverarci. Abbiamo organizzato scioperi, proteste, manifestazioni, ma siamo stati spesso soli in questo percorso, accompagnati esclusivamente da una grave disattenzione della politica in generale. La frammentazione del sindacato è stata sicuramente un problema ma le nostre impostazioni programmatiche,  le nostre proposte ci impedivano di essere accondiscendenti a politiche scellerate che hanno prodotto i risultati che sono sotto i nostri occhi.  Noi la nostra parte l’abbiamo fatta fino in fondo. Abbiamo messo in piedi una condizione sindacale diversa, abbiamo messo da parte quello che ci divideva, abbiamo costruito un accordo che rimette insieme Cgil Cisl e Uil  politiche condivise e questo è un atto di responsabilità forte  anche per affrontare meglio questa crisi. Se errori ci sono stati alla Cgil se ne possano imputare davvero pochi.

di Pino Gesmundo

Segretario Generale Cgil Bari

Leggi anche Crisi, nel 2013 chiuse altre 224 aziende pugliesi

Scritto da Redazione
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