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Dal sussidio al lavoro vero. E' la sfida della Cgil per superare la crisi

Dal sussidio al lavoro. Ed il lavoro al centro delle azioni e del dibattito politico. Queste le intenzioni della Cgil, che nei giorni scorsi hanno presentato una serie di iniziative nel merito. Ne abbiamo parlato insieme al segretario regionale Giovanni Forte.

Segretario, innanzi tutto ci parli di questa vostra proposta. A chi è indirizzata e quali sono i temi centrali?

Diciamo che noi viviamo una fase in qui l’esplosione della disoccupazione impone scelte un po’ più mirate rispetto a come affrontare questo tema. Una fase in cui oltretutto anche una possibile ripresa sicuramente non determinerà effetti positivi sull’occupazione.

E quindi bisogna porsi il problema proprio perché le risorse per gli ammortizzatori sociali in deroga, che hanno rappresentato comunque un palliativo, comunque determinando le condizioni per il sostegno vitale per chi perde un posto di lavoro, ormai non ci sono più, o comunque è sempre più difficile reperirle.

Si tratta di risorse ingenti, stiamo parlando di 2/3 miliardi di euro che si spendono ogni anno per garantire solo un sostegno al reddito. Intendiamoci: sacrosanto, giustissimo. Noi vogliamo che ci sia e che non venga tolto. Però quei soldi si potrebbero anche spendere per dare lavoro. In una situazione in cui il territorio dissestato, che non è sottoposto a manutenzione, che bastano 4 gocce d’acqua o un acquazzone per  provocare disastri che poi determinano costi anche notevoli e che bisogna ristorare, e comunque comporta la perdita addirittura di vite umane… bisogna partire da qui. Dal territorio, dal modo in cui si fanno le manutenzioni, si recuperano le periferie urbane in una situazione di degrado. Perché mancano le risorse, i tagli ed i trasferimenti alle amministrazioni locali sono sempre meno rilevanti, perché i patti di stabilità determinano situazioni restrittive dal punto di vista della spesa. I soldi mancano, però nello stesso tempo non possiamo neanche rischiare in termini di sicurezza. Ecco, impostare una idea diversa, spostando proprio l’asse dal sussidio al lavoro a me sembra la soluzione più opportuna.

Però mettere al centro delle politiche non solo del governo nazionale, ma a tutti i livelli, il lavoro, concretamente in che cose si può sostanziare?

Piano straordinari, in cui si può anche dare il sostegno al reddito, ma deve essere finalizzato all’utilizzo di quelle persone per lavori di pubblica utilità. Perché oltretutto molto spesso il sostegno al reddito può anche alimentare lavoro nero quando non è sufficiente. Invece se leghiamo il sussidio all’effettuazione di lavori che vanno in direzione delle esigenze che hanno i territori… penso anche alla raccolta differenziata… con una situazione in alcuni comuni catastrofica, con livelli molto bassi… le manutenzioni… l’arredo urbano… ci sono tanti lavori di pubblica utilità che potrebbero richiedere l’utilizzo di persone che difficilmente si riuscirebbero a recuperare in altre direzioni.

Guardando la realtà pugliese in questi ultimi mesi abbiamo visto parecchie situazioni di criticità: la più grande è l’Ilva, ma anche su Bari ce ne sono molte… la Bridgestone, l’Om Carrelli, la Natuzzi… quale è il ruolo dei sindacati in queste vertenze?

E’ un ruolo difficile. Perché quando si tratta di fronteggiare il taglio dei posti di lavoro è sempre complicato. Quando per esempio si è trattato del caso Bridgestone, che era partita con l’idea di chiudere completamente lo stabilimento di Bari, salvare il livello produttivo e l’occupazione non è stato facile. Certo noi dobbiamo salvaguardare i posti di lavoro, ma al tempo stesso anche il sistema industriale, perché non possiamo correre il rischio di un ulteriore suo impoverimento. Da questo punto di vista il risultato della Bridgestone può rappresentare anche  un punto di riferimento, perché è vero che ci sono e ci saranno sempre dei sacrifici che faranno i lavoratori. Però di fronte al punto di partenza, che era quello della chiusura e quindi della perdita die posti di lavoro, come sta avvenendo per l’Om (una situazione sempre più complicata da ricomporre) o come è accaduto per la Miroglio a Ginosa… dove i lavoratori vengono lasciati si con gli ammortizzatori sociali, ma con una prospettiva limitata  dal punto di vista della ripresa e del futuro del lavoro. Ecco, in questo scenario la situazione e la vicenda della Bridgestone può essere un buon paragone delle positive pratiche sindacali. Così come può esserlo la vertenza con la Natuzzi. Anche qui c’è un progetto per riportare produzione che attualmente sono in Romania, e questo significa invertire una tendenza che si è consolidata nel corso degli ultimi tempi.

Quanto è difficile muovere le leve per invertire questa tendenza alla delocalizzazione?

E’ difficile perché la crisi non aiuta. Un conto è muoversi in un contesto di crescita, in cui i consumi reggono, la domanda regge… altro in un contesto fortemente recessivo, dove  purtroppo le imprese devono fare i conti con le difficoltà di collocare i prodotti sul mercato. Non basta produrre, ma bisogna anche vendere. Tra l’altro oggi non è più tanto conveniente portare le produzioni all’estero così come lo era qualche anno fa. Cominciano a subentrare dei costi che talvolta sono immateriali, come quelli della sostenibilità ambientale, della criminalità, del contesto in cui quegli investimenti vengono realizzati, e può essere anche più conveniente ritornare in Italia.

In  Puglia si parla molto di riconversione del lavoro, di spostamento degli interessi di imprenditori verso settori diversi, immagino il turismo… è possibile in quest’ottica individuare dei filoni virtuosi?

Sicuramente.  In Puglia questo settore si sta sviluppando molto, e siamo diventati una delle aree più appetibili dal punto di vista dei flussi turistici. Il risultato è innegabile, però le ricadute sul fronte dell’occupazione, vuoi per la eccessiva stagionalità delle attività turistiche, vuoi perché il sistema è ancora debole, non sono consolidate, molto spesso si sviluppa dell’economia in forma e con attività sommerse, non fondamentalmente regolarizzate, e determinano ricchezza  effimera e non consolidata.

A suo avviso come si sta muovendo la Regione in questo senso?

Si tratta di continuare su questo solco delle attività legate al territorio. La valorizzazione dei beni ambientali, delle nostre risorse, il mare, l’aria, il sole, l’enogastronomia, il territorio stesso, i prodotti agro alimentari… sono un valore per la Puglia. La ricchezza e le risorse stanno anche nel valore aggiunto, nel modo in cui si sviluppano le attività legate a questi settori: culturali, paesaggistiche… ricettive… la Puglia è ricchissima da questo punto di vista. Penso che le politiche industriali messe in campo dalla Regione sono abbastanza riconosciute dal punto di vista del valore. Lo dicono anche le imprese, che attraverso i contratti di programma riescono ad utilizzare i finanziamenti che sono finalizzati all’innovazione, a sviluppo di pezzi interi della nostra industria. Penso alla meccatronica, penso all’aerospaziale. Se non fossero stati finanziati dalla Regione non penso che avrebbero raggiunto gli stessi standard qualitativi che invece hanno.

Però è vero anche che così si instaura un sistema industriale a doppia velocità. Una parte del sistema industriale che va bene, non conosce crisi e riesce ad internazionalizzarsi, e poi c’è un altro pezzo, legato a produzioni tradizionali o che non sono riuscite ad innovarci che purtroppo arrancano. E questo da più che altro la percezione di una certa difficoltà diffusa.

A questo proposito… abbiamo visto come in Puglia si sono creati delle connessioni soprattutto nei settori ad alta innovazione tra la formazione di alta qualità e le imprese. Quanto è importante secondo Lei incrementare questi collegamenti tra il mondo della formazione ed il mondo del lavoro?

E’ fondamentale e decisivo. La formazione migliore è quella che si fa in stretto collegamento tra gli istituti di formazione e le imprese. Quella che si fa a prescindere o che si è fatta come abbiamo visto in tante occasioni… non finalizzata alla rioccupazione o alle dirette esigenze delle imprese è fine a se stessa, spesso solo un esercizio che non da risultati. Laddove si riescono a creare queste condizioni, con un forte legame tra la domanda e l’offerta, i risultati si vedono.

In quest’ottica quale può essere il ruolo dei sindacati?

Intanto di fare in modo che queste pratiche si consolidino. Io penso che anche questa opportunità offerta dai Tirocini Formativi, in cui è la Regione che paga persone che comunque lavorano in aziende e sono inserite in un ciclo produttivo, può determinare condizioni positive sia per i giovani che per chi è alla ricerca di un nuovo lavoro perché in questo modo entrano in contatto con le aziende, ed è più facile trovare le opportunità in cui si possono incrociare esigenze di imprese e di chi presta lavoro. Naturalmente tutto questo va bene se viene fatto con criterio e senza abusi. Non dimentichiamoci che in passato hanno anche rappresentato un modo per mascherare il lavoro nero.

Certo che la precarietà diffusa non è che aiuti molto…

Direi proprio di no. Tutto quello che viene fatto dal Governo per superare la precarietà ed andare verso il lavoro vero e stabile è ben fatto. La precarietà è un problema reale, che costringe spesso le persone a sopravvivere e non a vivere. Questa è una battaglia che va fatta. Se è vero che non basta solo produrre, ma anche vendere, e se non si danno i soldi alle persone per alimentare i consumi, qualsiasi operazione può risultare di corto respiro. E’ importante redistribuire il reddito attraverso il fisco e dare più soldi a lavoratori e pensionati perché possano migliorare le loro condizioni di vita, e quindi alimentare anche la domanda ed i consumi. In questa fase la nostra battaglia è proprio questa: sbloccare questa leva fiscale che penalizza molto spesso e fondamentalmente il lavoratore dipendente ed i pensionati e non alimenta l’economia.

Sono questi argomenti di estrema attualità. Proprio in questi giorni il Governo sta preparando una serie di provvedimenti con la legge di stabilità. Cosa auspica?

Che non solo si guardi alle imprese in termini di cuneo fiscale, ma anche ai lavoratori ed ai pensionati. Non basta abbassare la pressione fiscale per le imprese. Se i lavoratori ed i pensionati non consumano per le imprese la condizione di recessione e stallo continuerà. L’altro obiettivo che deve essere ben chiaro nelle intenzioni di chi governa è il creare occupazione. Bisogna poi rallentare senza dubbio il patto di stabilità che molto spesso compromette la possibilità per le amministrazioni comunali di spendere i soldi che hanno a disposizione nelle casse comunali grande liquidità ma nessuna possibilità di spesa. Bisogna invece liberare le risorse per rilanciare gli investimenti, perché così si da occupazione e si alimenta l’economia.

Come vi state muovendo sui tavoli delle imprese pugliesi in difficoltà?

La Regione offre una sponda importante, io giudico molto positivo il ruolo della task-force, che rappresenta comunque un riferimento. A volte in maniera positiva a volte nell’ambito dei limiti che ha, ma il fatto che una impresa in difficoltà viene ascoltata e trova qualcuno che prende in carico la situazione è una cosa molto importante. E’ positivo anche il fatto che molte volte siamo passati dalla task-force regionale ai tavoli nazionali, abbiamo avuto questa capacità.

Quanto è importante che le Istituzioni locali, proprio a questo proposito, lavorino congiuntamente?

E’ decisivo. La vicenda della Bridgestone lo sottolinea. In questo caso c’è stata una forte pressione delle istituzioni locali che ha direttamente raggiunto la casa madre ed ha portato ai risultati che tutti conosciamo.

Comuni, Regione e Governo centrale devono dialogare ed individuare insieme i percorsi.

Poi c’è qualcosa s cui si potrebbe lavorare meglio: dotarsi di un organismo che riesca a fare scouting ed a captare investimenti, che vada in giro per i mercati e che riesca anche a pubblicizzare  tutto quello che di positivo è offerto in Puglia. Su questo versante siamo un po’ più deboli. Bisognerebbe dotarsi di un soggetto che svolga questa funziona in maniera terza, senza parteggiare per nessuno individui percorsi e soggetti disposti ad investire in Puglia. Perché le opportunità ci sono. Non esiste una impresa che sia venuta in Puglia ad investire e che non abbia avuto il sostegno cercato e richiesto.

Ritornando a quello che è il tema della vostra ultima campagna: quanto è importante raggiungere l’obiettivo del passaggio dal sussidio a quello che è lavoro concreto, reale, stabile?

Fondamentale. Anche per il Mezzogiorno e per tutto quello che rappresenta. Spesso c’è un alone di diffidenza nei confronti dei meridionali, visti come più portati al sussidio che al lavoro. Questa maschera va sfatata ed eliminata. L’attrattività del territorio passa anche attraverso il superamento di questi luoghi comuni. Portare le persone verso il lavoro penso che sia l’operazione più giusta che si possa fare. Noi dobbiamo impegnarci fino in fondo per superare la politica dell’incentivo, perché le persone non hanno bisogno di quei quattro soldi di incentivi o di sussidio, hanno bisogno di lavoro. E’ quello il modo per realizzare se stessi e le proprie famiglie. Con il lavoro cresce tutto. Ecco perché per noi è centrale il lavoro.

 

 

Scritto da Roberto Mastrangelo
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