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Non gioisco per la mattanza degli ex An

Mario Landolfi, su un versante, e Roberto Menia, su un altro, l’hanno definita una pulizia etnica. Silvio Berlusconi ha, infatti, cancellato quasi del tutto la rappresentanza ex An in seno al Pdl. Se ne sono salvati solo una decina, personalmente indicati da Altero Matteoli, Maurizio Gasparri e Gianni Alemanno, gli ultimi tre ex colonnelli di Gianfranco Fini rimasti alla corte di Arcore.

Potrei gioire, sottolineando che tradimento e vassallaggio alla lunga non pagano, ma non ci riesco. Di molti degli esclusi sono rimasto amico, nonostante le diverse strade imboccate, perchè non dimentico gli anni passati insieme e le battaglie, le gioie e le sofferenze che ci hanno accomunato. Di alcuni continuo ad apprezzare anche il valore, la qualità e l’onestà personali.

Più che di una pulizia etnica, per certi versi pure prevedibile, parlerei piuttosto di una dolorosa diaspora della destra italiana, verificatasi anche e sopratutto per nostra colpa. Per varie cause, da una rappresentanza parlamentare di circa 100 fra deputati e senatori ex An, presenti nelle Camere appena sciolte, ne torneranno certamente solo una ventina, distribuiti tra Fli e Pdl. Altrettanti potrebbero aggiungersi, se alla Destra e/o a Fratelli d’Italia riuscirà di superare l’asticella del 2%.

In entrambi i casi un risultato assai magro rispetto a quello di cinque anni prima e, soprattutto, ai sogni e al progetto lanciato a Fiuggi vent’anni or sono. Per giunta, con il pieno di polemiche, veleni, risentimenti, ripicche e ritorsioni, che non hanno risparmiato nessuno e che hanno dolorosamente lacerato anche amicizie ultraventennali. Con masochistica perseveranza non si ê stati in grado nemmeno di raggiungere un ragionevole accordo sui beni della Fondazione e neppure  Storace e La Russa, pur stando nella stessa coalizione, sono stati capaci di fare un accordo elettorale reciprocamente vantaggioso. Toccherà, quindi, anche alla destra italiana una sorte identica a quelle che, dopo Tangentopoli, segnò la fine della Dc e del Psi?

Due grandi culture politiche, ancora vive nella societá italiana, ma che, dopo vent’anni, non sono riuscite a riconquistare una presenza parlamentare unitaria e adeguata alle loro storie. Non è certamente la presente vigilia elettorale il momento più opportuno per una riflessione di questo genere. Troppo recenti sono le ferite e troppo diversi i percorsi di tutti, ma sarebbe già un risultato se la necessità di una simile riflessione fosse presente almeno nell’animo dei più attenti e ci portasse durante la campagna elettorale, ferme le posizioni e le scelte di ciascuno, almeno a non polemizzare ferocemente e delittuosamente tra figli della stessa storia.

Dopo le elezioni, leccandoci le ferite, sarà il caso di ricominciare a parlarci. Abbiamo superato prove più dure e non sarà lo squallido nano di Arcore a scrivere la parola fine alla storia della destra italiana. Non per rifare An, consegnata alla storia, ma per riprendere da quella esperienza il cammino verso il Partito popolare europeo.

di Salvatore Tatarella

europarlamentare, presidente dell’Assemblea Nazionale di Futuro e Libertà

 

Scritto da Redazione
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