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Marini, Prodi, Amato, Rodotà...ecco il cambiamento

"Oh, ma vede, non si ottiene mai nulla senza fare un po’ di casino". Margaret Thatcher, 30 novembre 1984.

Dalle Alpi allo stretto il "casino" non manca, ma comunque l'Italia non ottiene mai nulla.

Quello che manca sembra essere un po' di fantasia. Leggere i candidate alle quirinarie, da Marini a Prodi, da Amato a Rodotà, fa pensare che i politici italiani non riescano ad uscire fuori dai ranghi per fare quel genere di casino che possa realmente portare ad un cambiamento. Nelle ultime settimane Bersani sembrava un registratore inceppato che prometteva ininterrottamente "un governo di cambiamento".

Aveva la possibilità di fare un governo senza cambiamento ed invece ha preferito un non governo con cambiamenti continui. Adesso poteva proporre persone simboleggiassero un cambiamento, ma ha messo in tavola una minestra riscaldata che di cambiamento ha solo il periodo storico nella quale è stata scritta nel menù. Oltre che Amato e Prodi, che ben conosciamo, Marini e Rodotà non sono di certo degli outsider: 80 a testa ed attiva militanza tra le fila della DC il primo e di PCI e PdS il secondo. Che cambiamento enorme. 

Coloro che si propongono come personificazione del cambiamento mettono tra i 10 candidati anche Prodi, Bonino e, ancora, Rodotà. Unica "sorpresa" la giornalista Milena Gabanelli. Vince ma rinuncia così da continuare a degustarci ancora con i suoi servizi su Rai3. E chi è arrivato secondo? Stefano Rodotà. Un vero cambiamento a 5 stelle Michelin, verrebbe da dire. 

Berlusconi da l'impressione che non l'abbia spuntata. Si accontenta di un ex-democristiano pur di non vedersi contro, dall'alto del colle Quirinale, un ex-pci né tantomeno il Professore che nel 2006 lo sconfisse per 24.000 voti. 

Ma, come tutti sanno -più o meno- il voto sarà segreto e le defezioni si prospettano numerose. 

Nominato il post re Giorgio, il nuovo presidente avrà un bel da fare e, prima di tutto, sulla sua scrivania si troverà le relazioni dei 10 saggi -non ce li siamo mica scordati-. 

La relazione del gruppo di lavoro in materia economica sociale ed europea, sembra essere il continuum di quanto stabilito dal governo Monti ed oltretutto non viene fatto cenno alcuno in merito alla reperibilità delle risorse per i finanziamenti alle politiche. Le proposte più concrete parlano di “revisione” degli stipendi dei dirigenti e degli amministratori di alto livello, di introduzione di un indennizzo per i ritardi – di ogni tipo – della pubblica amministrazione ed ancora di introduzione del meccanismo dei “costi standard” per le spese delle regioni e degli altri enti locali. Tante belle parole. 

La relazione finale del gruppo di lavoro delle riforme istituzionali specifica che, in alcuni punti, non vi è stato consenso unanime, ma, nelle note, si specifica qualche volta che uno dei quattro componenti non è stato d’accordo con una proposta specifica da parte di uno od un altro dei componenti - e parliamo di un gruppo di 4 persone tutte di matrice estremamente moderata-. I cambiamenti che vengono proposti sono i seguenti: il governo dovrebbe ricevere la fiducia solo della Camera (e non anche del Senato, come succede oggi) e che un eventuale voto di sfiducia (anche questo solo della Camera) deve essere “costruttivo”, cioè indicare un presidente del Consiglio alternativo. Viene proposto il superamento dell’attuale bicameralismo perfetto,  attraverso la costituzione di un “Senato delle Regioni” ed anche la riduzione dei parlamentari a 480 deputati e 120 senatori. Sulla legge elettorale, il documento dice solo che quella attuale va cambiata e che bisogna reintrodurre “la scelta degli eletti da parte dei cittadini”.

Sul come cambiarla, il documento si limita ad elencare tutte le varie possibilità, dicendo che il sistema francese è più adatto al semipresidenzialismo, mentre per un governo parlamentare si potrebbe usare un sistema come quello spagnolo o tedesco, o persino il vecchio Mattarellum (la legge elettorale in vigore fino al 2005) con qualche modifica.

Tante vecchie cose.

"(...)Cambiare il Regno Unito da una società dipendente in una società autosufficiente, da una nazione “dammi-qualcosa” a una nazione “fallo-da-te”. In una Gran Bretagna “alzati-e-fallo” anziché in una “siediti-e-aspetta”». Margaret Thatcher, 8 febbraio 1984.

Scritto da Sveva Biocca
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