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Fli torna a destra con Menia?

 

Domani mercoledì 8 maggio, a Roma, nel primissimo pomeriggio, è prevista l’Assemblea nazionale di Fli alla presenza di Gianfranco Fini.

Al netto dei retroscena riportati da alcuni giornali nessuno, in realtà, è in grado di sapere, con precisione, cosa accadrà domani nella capitale.

Per i più pettegoli quella di domani potrebbe essere l’assemblea dello scioglimento, per altri quella che lo preannuncia.

Più realisticamente Fli non scomparirà, per una serie di ragioni legate anche alla presentazione di una lista alle ultime elezioni politiche. Lista che, durante le elezioni, ha perso consensi a destra, verso Fdi, e al centro, verso Scelta civica.

Può piacere o meno, ma la marcata presenza di alcuni personaggi che hanno usufruito di Fli solo per farsi rieleggere in Senato (l’ex radicale Della Vedova) a scapito di un mondo, di un leader e di una classe dirigente che quasi si vergognava, salvo rare eccezioni (tra queste Menia, Tatarella, Paglia, Di Biagio), ha comportato voti in libera uscita verso Pdl, Grillo e formazioni di destra minori.

Cosi come Mario Monti, durante la campagna elettorale, invece di proporsi come il nuovo centrodestra ancorato al Ppe, con il suo oltrismo, oltre destra, centro e sinistra, ha prima reso invotabili le altre liste alleate (Fli e Udc) e dopo le ha pure svuotate di consensi.

Chi voleva votare Monti, infatti, sceglieva direttamente Scelta Civica, per la sacra regola in politica che tra l’originale e la fotocopia l’elettore preferisce sempre la prima.

Fli è stata costretta, quindi, a una campagna elettorale di rimessa, da un lato non potendosi dire compiutamente di destra, per non urtare gli alleati montiani, dall’altro non essendo la novità della coalizione montiana rappresentata, appunto, dalla Lista Monti. Fli ha giocato fuori posizione, senza una vera collocazione politica. Come se in una partita di calcio un centravanti decide improvvisamente di cambiare ruolo e andare in difesa.

L’emorragia di consensi era facile da prevedere da parte di tutti, solo quelli che hanno spinto Fini su queste posizioni, e che non a caso anche in An non avevano un solo voto, non potevano rendersene conto.

Fini per loro era la sola salvezza e il solo modo per nascondere i loro disastri elettorali del passato e del presente.

Era capitato già una volta alla destra italiana un disastro del genere.

Elezioni regionali siciliane del 1991, segretario del Msi era Rauti che, con il suo andare oltre la destra, predicava lo sfondamento a sinistra. Risultato? Ad essere sfondato fu solo il Msi con la destra che raccolse il minimo storico.

Da quell’insuccesso storico cominciò la fortuna elettorale di Gianfranco Fini e della destra italiana.

E per uno strano gioco del destino proprio la riproposizione di alcune di quelle idee che, pur appartenendo al passato dal quale erano stati sconfitti, contestavano la parola destra e si riproponevano alleanze con la sinistra sono stati alla base del fallimento progetto politico di Fli che non era destra, non era centro, non era sinistra, non era né carne né pesce.

E in politica quando non sei nulla, quando non hai un messaggio politico, quando non hai, parafrasando Spengler, una Weltanschauung, una visione della vita e della politica gli elettori, semplicemente, non ti votano.

Il problema adesso è partire da presente, proprio come dopo il disastro delle regionali siciliane. Dire chiaramente cosa si è, cosa si vuole e dove si vuole andare e con chi, ma in riferimento alle dinamiche attuali e alla cose concrete.

In tanti sono convinti che la governante del partito sarà affidata a una nuova generazione, non essendo più proponibile la precedente e una chiara direzione a destra.

A detta di molti il solo che può garantire questo percorso è Roberto Menia, uomo simbolo della destra italiana non solo per la legge sui martiri delle foibe che porta il suo nome, ma per essere stato il solo, nell’ultimo Congresso di An, ad opporsi al suo scioglimento e alla fusione  di An con Forza Italia.

La destra può ripartire anche da lui. E’ un primo passo e, forse, anche un segnale di pace verso altri amici di un tempo che caratterizzano la diaspora della destra italiana.

Un primo segnale proprio nel momento in cui centro e sinistra si riorganizzano con la destra non solo assente nel dibattito politico, ma inesistente sul piano organizzativo.

Scritto da Redazione
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