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Il dissenso di Fini aveva un'estetica. Da Alfano solo pizzini

È vero ed è un fatto, che tutti gli osservatori hanno annotato: il ritorno di Gianfranco Fini sulla scena politica. Un ritorno paradossale perché l’interessato non si fa vedere, non parla, non comunica, rimane ancora chiuso nel suo silenzio. Quasi indifferente a quelli che vengono descritti come terremoti e cataclismi politici. Almeno in apparenza. Ma non ci sono giornali che l’ex presidente della Camera non lo abbiano rievocato, citato, preso a paragone della descrizione dei fatti politici di oggi nel confronto di quelli di ieri. C’è chi ricorda che aveva visto giusto sulla natura del Pdl e sull’epilogo del berlusconismo.

E chi, lo addita come esempio di come potrebbero finire alle prossime elezioni politiche Alfano e i ministri che hanno strappato col Cavaliere. E quanti immaginano che, senza la rottura tra Berlusconi e Fini, il Pdl non sarebbe finito in frantumi. C’è anche chi, tra i suoi peggiori “nemici”, come il direttore del Giornale, concede che l’ex leader di An ebbe il coraggio di sfidare il Cavaliere quando questi era forte, a differenza dei dissidenti del Pdl, marchiati impietosamente da Sallusti, come “vigliacchi”, per averlo colpito quando era debole, alla vigilia della sua decadenza da senatore e dagli arresti domiciliari o dall’affidamento ai servizi sociali.

Per parte nostra, noi che crediamo nello stile, in un’estetica in politica, non possiamo non appuntare lo stridere, su questo piano, tra il dissenso manifestato tre anni fa da Fini e questo espresso dal segretario politico del Pdl con i ministri e i parlamentari che lo hanno seguito nello strappo da Berlusconi. Fini scelse un luogo politico, una riunione solenne del partito del quale era stato fondatore, faccia a faccia con l’uomo che allora era il più potente del Paese – capo del governo, presidente del Pdl, oltre che dominus di un impero economico e mediatico – e li’ lo contestò pubblicamente. Puntandogli il dito e apostrofandolo con un ” che fai mi cacci”, col quale si condannò all’eresia e al rogo politico.

I sacerdoti dell’ortodossia erano proprio Alfano, Schifani, Lupi, Quagliarello e compagnia, ai quali non parve vero dare prova di fedeltà assoluta al capo. Proprio quel giorno, il 22 aprile 2010, venne teorizzato, dal gruppo dirigente del Popolo delle Libertà, il Fuhrerprinzip, la teoria del legame assoluto, quasi “divino”, tra il popolo del centrodestra e il suo leader.

Il centralismo carismatico. Senza mediatori e corpi politici intermedi. Senza possibilità per chiunque di opporsi. Sappiamo come andò a finire. Male per Fini e noi tutti. Ma Gianfranco Fini divenne il protagonista di un’estetica destinata ad entrare nei testi di comunicazione e nella storia politica del nostro paese. Un’estetica politica che richiama valori quali la lealtà, il confronto aperto, il discorso pubblico, la democrazia politica. Una lezione, quella dell’ex cofondatore del Pdl, destinata a durare nel tempo.

Dimenticata troppo presto – anche perché così ha voluto una sinistra opportunista e malata di doppiezza – oggi riemerge prepotentemente. Come tutti i fatti e i gesti che hanno una forte carica simbolica, dopo essere stati comodamente e velocemente rimossi, non appena accadono altri eventi che li rievocano, essi riemergono dalla memoria collettiva. La figura del “fondatore scismatico” del partito unico del centrodestra, risale dalla coscienza pubblica, nel momento in cui il distacco degli scissionisti da Berlusconi si manifesta con riunioni riservate, incontri privati, patti segreti, “pizzini”, telefonate tra i Palazzi.

Un’altra liturgia, anzi nessuna liturgia, niente o quasi di “pubblico”, nulla di visibile. Nessuna agorà. Immagini e sentimenti molto distanti dal rito finiano della contestazione a viso aperto. Quale sarà mai il gesto con cui sarà ricordato il dissenso di Alfano?.

di Carmelo Briguglio
Scritto da Redazione
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