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La Fornero ama le pensioni, i pensionati non amano la Fornero

Il ministro più odiato dell’era Monti, che c’ha lasciato in eredità la riforma delle pensioni mentre in lacrime chiedeva sacrifici ai “soliti noti”, oggi rivive come uno spettro nell’ombra delle modifiche per l’accesso alla quiescenza.

No, non c’è stato idillio né amore platonico tra gli italiani ed il ministro Elsa Fornero. In piena tempesta finanziaria si pensò bene di diradare ed allungare i termini per l’accesso all’assegno previdenziale, paralizzando un turn over già di per sé non eccessivamente aitante.

Oltre ad aver vessato una miriade di cinquantenni, cuore produttivo del ceto subordinato, che si son visti balzare in avanti anche di dieci anni il meritato riposo, il vero dramma sociale del tecnico fu lo scivolo sugli esodati. Ovvero lavoratori che in base a precedenti leggi dello Stato avevano fatto un “patto” con l’ente o l’azienda privata presso cui prestavano servizio, per prepensionarsi ed ottenere in cambio le annualità di stipendio mancanti sino al raggiungimento della pensione.

Ma la negligenza del ministero del lavoro non focalizzò attenzione su questa gente che s’è ritrovata senza assegno e senza lavoro, quindi, di fatto, senza alcuna protezione economica e soprattutto senza la possibilità di accedere a qualsiasi tipo di cassaintegrazione. Una bella prova di violazione dei diritti acquisiti e di retroattività illegittima.

Le forze di centro-destra si sono spese più o meno tutte a favore della sua abolizione, nel particolare, la Lega Nord ha raccolto 570.000 firme per indire un referendum, cui attendiamo il verdetto della Costituzione. Nel frattempo però il governo nicchia, con un Matteo Renzi intento a salvaguardare l’impianto e giocare sulle clausole. Importanti novità dovrebbero giungere nelle quadro di stabilità 2014, in merito ad esempio ai “Quota 96” del mondo della scuola, rimasti incastrati quando avevano maturato i tanto agognati diritti.

La flessibilità in uscita è L’architrave per l’autodeterminazione dei lavoratori. Prevedere premialità per chi allunga la propria vita attiva, di sicuro è un bene ed è un incentivo a produrre, ma non può diventare un vincolo insormontabile. Non  è giusto né equo che 35 – 40 anni di servizio siano ritenuti insufficienti per chi vuole godere del trattamento previdenziale. Allora si farebbe molto prima a togliere dalle mani dello Stato il tema e lasciare al privato coi fondi pensione il bandolo. Ma può l’INPS fare a meno dei nostri contributi? Il trucco è tutto qui. Quei denari servono a coprire i buchi di bilancio odierni, non a garantirci una vecchiaia di tranquillità.

di Andrea Lorusso 
Twitter @andrewlorusso
Scritto da Andrea Lorusso
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