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Libertà di licenziare = libertà di assumere?

Questo è il messaggio che Angelino Alfano (NCD) vorrebbe far passare e il centrodestra prova a ricompattarsi su un “totem” definito di sinistra.

Di sicuro, è stata una conquista della sinistra italiana la tutela dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori negli anni ’70. Ma possibile sia questo un freno all’assunzione da parte dell’imprese?

Dopo le modifiche applicate dalla legge Fornero, possiamo dire in sunto che il licenziamento possa essere di tre tipi: Discriminatorio, disciplinare ed economico. Per il primo caso, il giudice può disporre sempre del reintegro obbligatorio alle imprese indipendentemente dal numero di dipendenti. Nel licenziamento economico, (per le imprese sopra i 15 dipendenti), è previsto o il reintegro per manifesta infondatezza o l’indennizzo (da 12 a 24 mensilità) per il lavoratore accomiatato. Stessa cosa vale per il licenziamento disciplinare.

Ma ad una politica stantia e monca di scintille per occuparsi dei temi reali del Paese (disoccupazione, tasse, crescita, PIL), ci si cimenta in arzigogolate elucubrazioni figlie della più vacua e spenta produttività mentale. Così si finisce per parlare di un articolo a tutela dei lavoratori, come scorno tra destra e sinistra, imprenditori e sindacati.

In realtà, tolti abusi che ci sono stati e che in ogni ambito si materializzano, la norma è di assoluto buon senso e mina la ricattabilità dei subordinati sul posto di lavoro, oltre che ad assicurare una stabilità economica, emotiva e sociale che poi è il carburante cui proprio oggi (causa crisi ed incertezza del domani) manca al motore della domanda e degli investimenti di medio – lungo termine.

Insomma, in un contesto storico dove la solidità dei cardini e delle architravi welfare è irrimediabilmente controversa, non si fa altro che lasciar passare il messaggio di una “mobilità” soggiogata dalla più becera e meschina forma di precariato a vita.

Nessuno, che sia un vero produttore di ricchezza oggi parla di abolizione dell’articolo 18. Nessuno lo chiede come incentivo alle assunzioni ed a nessuna impresa interessa. Anche perché nella disoccupazione stagnante e dilaniante dove si macinano i posti di lavoro persi, dov’è poi tutta questa tutela del posto fisso?

Il punto è il costo del lavoro, le sinergie tra scuola ed imprese, sbrigliare dal salasso fiscale le PMI, e ridurre le tasse sugli stessi dipendenti affinché abbiano più potere d’acquisto e rilancino la domanda interna. Il nocciolo è avere visione, e previsione di gioco. Il futuro va anticipato e bisogna giungerci preparati. Capisco Alfano, in fondo, è molto più facile scrivere due righe per decreto e cambiare una legge, che produrre qualcosa nella propria esistenza.

Ma noi non meritiamo una classe dirigente che continui a guardare sin dove l’ombra del proprio naso governa. Non ci sono più feudi, bottini, rendite di posizione. C’è un popolo, quello italiano, in ginocchio.

Dobbiamo rialzarci. Per noi, per i nostri figli, e per la gloria dei fasti del passato. Non si può cancellare la storia, non si può nemmeno riviverla. Ma tocca a noi, reinventarla per raccontare ancora delle immense risorse di cui disponiamo.

di Andrea Lorusso
Twitter @andrewlorusso
Scritto da Andrea Lorusso
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