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Casacche cambiate, bandiere sfregiate

Senza alcun riferimento specifico alle persone, la fiera della transumanza cui si è assistito e si sta assistendo in questi giorni appare davvero la campana a morto della politica. Non crediamo che ogni ripensamento o cambio di casacca debba forzatamente essere etichettato come trasformismo: esistono –e sono rispettabili- il dubbio, il travaglio, la resipiscenza. Oltretutto il carattere antidemocratico della vita interna della maggior parte delle forze politiche, divenute in vario modo allergiche al dissenso, lascia spesso l’abbandono come estrema risorsa.

Ma questo ha poco a che vedere con il turismo da mancata candidatura. Anche qui, è vero che alcune scelte sembrano compiute all’insegna della demeritocrazia, e che in molte forze politiche, segnatamente il Pdl, le regole si applicano ai “nemici” e si interpretano per gli “amici”. Ma è piuttosto sconcertante che dopo avere atteso o pietito fino all’ultimo una candidatura in casa propria si cerchi asilo in una dependance. Scelta tanto più grottesca quando la lista ospitante sia in legame di coalizione con quella a cui si sarebbe aspirato. Un po’ come se, respinti da una ragazza, ci si acconci a fidanzarsi con la di lei sorella, “brutta ma snella”, per citare Cochi e Renato.

Non meno sconfortante è registrare che liste e movimenti che si qualificano come nuovi ed innovatori non diano spazio ad energie fresche, ma si limitino a riciclare il materiale di risulta proveniente dalle forze maggiori.

Una transumanza politica che si sposa con la transumanza territoriale: forse è proprio in nome degli antichi legami fra la Daunia e l’Abruzzo che Gaetano Quagliariello va candidato in Abruzzo nelle liste del Pdl. La comune civiltà pastorale presiede forse anche alla candidatura del socialista foggiano Lello Di Gioia nelle liste del Pd in Sardegna.

Anche qui il discorso è serio: i parlamentari sono titolari di un mandato nazionale, è verissimo. Ed è chiaro che, specialmente in un piccolo partito, è ragionevole tutelare in qualche modo la dirigenza centrale (non foss’altro perché ha dovuto girare l’Italia in lungo e in largo mentre persone meno impegnate potevano dedicarsi all’esclusiva cura del proprio collegio).

Ma questo non spiega e non giustifica il cinico risiko della casta, che spesso finisce per espropriare una classe dirigente locale che ha saputo stabilire un positivo rapporto con i cittadini.

Tutti fenomeni che sono grano per il mulino del qualunquismo e dell’antipolitica. Fra casacche cambiate e bandiere sfregiate l’unica stella di riferimento sembra essere il vantaggio tattico, il furbo stratagemma, la politica dell’istante. Proprio come il caffè istantaneo, anche la politica istantanea fa davvero schifo.

Scritto da Enrico Ciccarelli
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