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Nicola Calipari, otto lunghi anni di dubbi

Quattro marzo del 2005. Esattamente otto anni fa. E' ormai sera. Una autovettura dei servizi segreti italiani con a bordo Giuliana Sgrena, l'autista Andrea Carpani e Nicola Calipari, giunta nei pressi dell'aeroporto di Baghdad, transita sulla Route Irish in direzione di un posto di blocco statunitense. La giornalista de "Il Manifesto" è stata appena rilasciata dai rapitori, a conclusione di una lunga trattativa condotta da Calipari, che aveva comunicato telefonicamente agli uffici del governo di Roma il felice esito dell'operazione, informando anche l'ambasciata.

Tutta la strada è presidiata e piena di posti di blocco sia a causa delle frequenti azioni ostili nella zona che per l'imminenza del transito dell'Ambasciatore americano in Iraq.

Sono momenti di altissima tensione.

Nell'approssimarsi ad un posto di blocco, la vettura italiana viene fatta oggetto di numerosi colpi d'arma da fuoco; Calipari si protende per fare scudo col suo corpo alla giornalista liberata e rimane ucciso da una pallottola alla testa. Anche la giornalista e l'autista del mezzo restano feriti. Secondo la risoctruzione italiana a sparare è stato il militare americano Mario Lozano, addetto alla mitragliatrice al posto di blocco, appartenente alla 42ª divisione della New York Army National Guard.

Un episodio mai del tutto chiarito, ed oggetto di controversie politiche, diplomatiche e giudiziarie tra Italia e Usa. Alla fine il processo in Italia si è concluso con il proscioglimento del militare americano per difetto di giurisdizione. Ma non pochi dubbi si sono insediati sulla sentenza, e soprattutto sulle sue motivazioni, anche a seguito di numerose pressioni diplomatiche americane.

Di fatto le certezze sono poche. Nicola Calipari è morto per difendere il suo lavoro di mediatore e l'ostaggio liberato. Non è stato ucciso dal fuoco iracheno ma dagli americani.

Le ricostruzioni fatte da Italia ed Usa divergono sulla questione e sulle modalità dell'uccisione dell'agente dei servizi italiani.

La differenza principale fra le due versioni è costituita dalla velocità alla quale il veicolo italiano procedeva, che secondo gli statunitensi era di circa 100 km/h, mentre secondo gli italiani era di circa la metà. L'importanza di questo fattore risiede nella motivazione dell'azione dei soldati, che in caso d'alta velocità avrebbero potuto confondere l'auto con uno dei frequenti attacchi mediante auto-bomba.

Un'altra divergenza riguarda la richiesta di arresto del mezzo per controllo, che secondo gli statunitensi sarebbe stata operata correttamente, mentre secondo Giuliana Sgrena non vi sarebbe stata affatto, mancando la segnaletica e non essendovi stati cenni o altre indicazioni in questo senso.

Secondo gli italiani le forze americane erano state correttamente avvertite; dall'altra parte si è ribattuto che gli italiani non avevano invece dato avviso alcuno delle loro attività nella zona.

Insomma, una vicenda tutta da chiarire, ma conclusa ed archiviata troppo in fretta. Del resto, gli Usa sanno come tutelare i propri militari all'estero. A differenza dell'Italia, ad esempio.

Scritto da Redazione
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