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Il ricordo di Lucio Albergo

Alla notizia della scomparsa di Lucio Albergo, ovunque a Bari ci fossero capelli grigi si è alzato un velo di malinconia.

Tutti avevano un ricordo spesso divertente da raccontare dello straordinario personaggio che passava per essere l’eterno goliarda, in un’immagine in verità un po’ riduttiva, che lo inchioda ad una stagione gloriosa quanto conclusa della vita universitaria, dissoltasi nelle fiamme del sessantottismo, essendo egli è stato invece una sorta di pilastro portante dell’Università di Bari in quanto tale, al di là ed al di sopra di ogni sua stagione. Egli infatti non si è voluto mai laureare non solo e non tanto per conservare sé stesso alla propria condizione naturale, ma piuttosto per conservare alla sua Università una sorta di elisir di eterna giovinezza, e forse non è un caso che essa abbia cominciato a declinare proprio quando la linfa vitale che egli le conferiva si è inaridita.

Ed infatti Lucio il ’68 che avrebbe dovuto stroncarlo l’ha attraversato tutto, l’ha sfidato a modo suo e gli è sopravvissuto, tant’è che quando si riprese a votare per gli organismi rappresentativi, egli era nuovamente e con successo in campo esattamente come c’era stato prima che un assemblearismo sempre più fazioso non vi sostituisse i riti autentici e civili della democrazia. Era la forza viva della sua Confederazione Studentesca, che aveva vissuto gli anni di piombo mettendosi concretamente al servizio degli studenti, assistendoli con efficienza ed amicizia nella dura quotidianità della vita universitaria, aiutandoli pragmaticamente e disinteressatamente a viverne gioiosamente l’esperienza a fronte di un fanatismo ideologico che la incupiva.

Era un conservatore, certamente, un uomo di destra, Lucio Albergo, con la fierezza e la saldezza delle radici, il senso dell’onore e del dovere, il culto delle memorie e delle tradizioni proprie del conservatore. Ma aveva anche l’entusiasmo cronico dei rivoluzionari e lo sguardo lungo dei profeti, come nella sua battaglia incessante per i diritti umani, come quando sposò toto corde la causa dell’Albania appena liberata fino a diventarne autorevolissimo cittadino di fatto, come quando organizzò Comitati per Reagan e per Bush anticipando le intuizioni e l’orgoglio occidentale dell’ultima Oriana Fallaci, come quando lo vidi manifestare da solo sotto il Consolato serbo, a guisa di uomo-sandwich, per i diritti conculcati del Popolo montenegrino.

Era un patriota combattente, Lucio Albergo, ma di quelli che la loro Patria la amano indiscriminatamente tutta, amici ed avversari, il proprio campanile e quelli altrui, e che combattono con le armi invincibili della mitezza, dell’allegria e della fantasia.

Non conosceva l’astio, Lucio Albergo, e non aveva nemici.

Era un organizzatore straordinario e geniale, ma aveva anche, pur nell’estrema umiltà dell’approccio agli altri, quell’aristocratica indolenza per la quale, nonostante godesse di tutti i talenti necessari per sfondare dappertutto, in realtà non ha mai mosso un dito per sè stesso. Intellettuale colto e raffinato, lettore acuto e profondo delle vicende storiche ed umane, conversatore piacevolissimo, aveva un gran penna che però gli pesava troppo.

Era un uomo libero, Lucio Albergo, perfino dalle catene delle umane ambizioni.

E mentre noi, che siamo stati suoi allievi, invecchiamo inesorabilmente, lui è morto eternamente giovane. Rendendo d'un colpo meno giovane la Bari che ha tanto amato.

di Tommaso Francavilla

Scritto da Redazione
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