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Petruzzelli: la sagra dei gattopardi

“Sono molto soddisfatto della decisione del Ministro che in questo modo pone le premesse per un ripristino della normale attività della Fondazione attraverso la ricostituzione del Consiglio di amministrazione e la nomina di un nuovo Sovrintendente”.

Questo è Michele Emiliano, alla notizia che Carlo Fuortes, commissario della Fondazione intitolata al Petruzzelli e ai teatri di Bari, toglierà il disturbo il prossimo autunno.

A rigor di legge, dovrebbe tornare lui a presiedere il carrozzone, a meno che nel frattempo non venga cambiata la legge che toglie ai sindaci l'automatica prima carica delle fondazioni liriche italiane. Sta di fatto che, dopo la tempesta commissariale che ha messo un po' d'ordine soprattutto nei conti (in rosso) e ha momentaneamente sedato la rissa continua fra Comune, Provincia (per quanto le resti da vivere) e Regione, tutto rischia di tornare come era prima: una sorta di manarchia costituzionale di Emiliano e (pochi) suoi sodali, che provvederanno a nominare un nuovo sovrintendente accucciato e obbediente come Giandomenico Vaccari, a respingere le avances disperate di Schittulli che sta tentando di scaricare sul Petruzzelli la sua sgangherata orchestra della Provincia e rintuzzare gli assalti della Silvia Godelli che, da quasi sette anni ormai, è diventata la satrapa della cultura e del turismo pugliese, punteggiati da inutili agenzie in cui hanno trovato lavoro e stipendio sicuro solo i suoi prediletti e predilette.

Ma niente di nuovo sul fronte più serio e urgente, quello della proprietà del Teatro Petruzzelli, che appartiene ancora alla litigiosissima famiglia dei finti principi ed è ancora al centro di una querelle giuridico-giudiziaria degna di una saga mediorientale.

E' chiaro come il Petruzzelli sia l'epifenomeno (scusandoci il termine ma lo diciamo a consolazione dei pochissimi che ne ignorano il significato, non è un insulto) dello stato in cui l'intera area metropolitana vive. E di quella totale assenza di fermento culturale e creativo in cui giace la realtà umano-esistenziale di Bari.

Una città che trasforma il proprio mito fondativo (San Nicola) nella più pacchiana e incivile delle sagre paesane, evidentemente, non è capace di esprimere nulla di meglio.

Che i baresi, almeno, se ne ricordino quando saranno chiamati alle urne. Chissà che l'orrore di sé stessi li induca, se non altro per orgoglio, a mandare a palazzo di città qualcuno che abbia, come programma, anche un solo piccolo tentativo di riscattare questo squallore.

Scritto da Fortunata Dell'Orzo
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