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Emiliano, stilettate per compagni ed avversari

Una lunga lettera aperta, quella pubblicata nel pomeriggio di oggi da Michele Emiliano. All'indomani dell'esito delle primarie del Partito democratico il sindaco di Bari ne ha un po' per tutti: parla dei propri avversari politici, citando Fitto ed i suoi attacchi di 10 anni fa, ma anche il Pd e la sua presunta condizione di incompatibilità tra il ruolo in magistratura ed il tesseramento di partito. Ma non si ferma soltanto a questo. Emiliano parla in generale della situazione dei magistrati in politica, del loro rapporto tra un ruolo conquistato con un concorso ed il ruolo che scelgono di svolgere attivamente nei partiti e nei ruoli istituzionali. Un rapporto, quello tra i poteri dello stato, che resta sempre problematico e che, come sottolinea anche Emiliano, una legge che assegni a ruoli non giurisdizionali i magistrati eventualmente con una "pausa" in politica, potrebbe risolvere.

E non lesina stilettate anche al Pd, dove gli sgambetti interni contano forse anche di più rispetto all'unione di intenti e dove "è stata sancita la fine di una classe dirigente".

Ma poco o nulla si può intuire sul futuro di Michele Emiliano. Sarà ancora in politica? Probabilmente si. All'orizzonte ci sono le elezioni regionali e le elezioni europee, ma anche il possibile ritorno al voto per le politiche. Di sicuro l'unica candidatura che non può essere attribuibile ad Emiliano è quella a sindaco di Bari, dove sarebbe ad un terzo mandato (cosa non possibile). Per il resto, non resta che attendere e vedere cosa e come effettuerà le proprie scelte.

Ecco il testo della lettera

"Nei giorni scorsi, nella foga agonistica, sono state lanciate nei miei confronti accuse di scarso senso dello Stato e di irregolare iscrizione al PD, nel vano tentativo di cambiare l’esito delle primarie in Puglia che, come nel resto d’Italia, hanno sancito la fine di una classe dirigente.

Allo stesso modo si comportò dieci anni fa Raffaele Fitto quando, per impedire la mia candidatura a sindaco di Bari, mi indirizzò ben due  lettere aperte, tentando di mettere la mia toga in contrapposizione con la mia scelta di candidarmi a sindaco.

Quella incresciosa situazione fu per me di sprone per prendere una decisione assai importante per la mia vita pubblica e privata.

Fu così che nei primi mesi di novembre del 2003 decisi, senza altri indugi e senza ricevere alcuna investitura da parte del centrosinistra, di mettermi in aspettativa per diventare sindaco, da un lato per proteggere la Magistratura cui devo tutto, e dall’altro per evitare che un’onorata carriera di magistrato potesse essere sporcata dagli aspetti più volgari della politica.

A distanza di dieci anni ci risiamo.

E’ stata risuscitata una questione assai controversa (quella della applicabilità del divieto di iscrizione ai partiti politici nei confronti dei magistrati in aspettativa per mandato elettorale) per distrarre l’attenzione dall’esito (scontato) del congresso appena conclusosi.

Lo si è fatto - fingendo di dimenticare che nel 2007 sono stato eletto alla segreteria regionale del PD e nel 2009 alla presidenza del partito pugliese -utilizzando una sentenza della Corte Costituzionale che però non riguarda il mio caso. Quest’ultima, infatti si occupa dell’ipotesi del magistrato fuori ruolo organico per incarichi amministrativi (consulenza parlamentare).

Viceversa io sono in aspettativa non obbligatoria per ragioni elettorali, fatto questo che rescinde del tutto il mio legame con la magistratura consacrandomi ad un ruolo eminentemente politico che non può essere assimilato a quello preso in esame dalla Corte.

Questo caso, ancora non esaminato dal CSM e dalla Corte Costituzionale, non riguarda certo solo me o  il PD, ma tutti i magistrati eletti nelle fila di forze politiche nel loro rapporto di lavoro con il Ministero della Giustizia.

L’impressione che mi ha suscitato questa polemica, dunque, è che sia stato utilizzato il diritto non come norma di vita e di coerenza, ma come strumento per cogliere un risultato politico. A questo proposito voglio ricordare che per un uomo o una donna che non abbiano la politica come professione, il proprio lavoro è la cosa più importante e metterlo in discussione per influenzare un congresso di partito mi sembra un atto moralmente esecrabile.

Insomma vi è stato ancora una volta un “uso alternativo” del diritto, completamente opposto alla mia concezione dello Stato e in particolare dello stato di diritto.

Per il caso dei magistrati in aspettativa per ragioni politiche sarebbe invece necessario intervenire più radicalmente e cioè approvando una legge che impedisca a qualunque magistrato che abbia scelto di candidarsi in competizioni elettorali, di qualunque livello, il ritorno in funzioni giurisdizionali, e il suo diritto di essere assegnato ad altri incarichi senza perdere il proprio posto di lavoro conseguito con pubblico concorso, così come prescritto dalla Costituzione, che prevede l’impossibilità di porre le persone nella alternativa tra candidarsi e licenziarsi. In questo caso il divieto di iscriversi ai partiti per i magistrati che si candidano sarebbe giuridicamente inutile e quindi inconcepibile.

Ove si ritenesse che la legge e la sentenza citate si occupano solo della iscrizione ai partiti e non anche dei mandati elettorali dei magistrati, dico già adesso che la legge non può essere formalista.

Non è possibile che a un magistrato sia addirittura consentito di essere candidato da un partito in una lista bloccata composta dalla segreteria e non di iscriversi a quello stesso partito in modo palese e democratico. E non è possibile che la Corte Costituzionale chieda proprio a noi magistrati di custodire una simile ipocrisia!

D’altra parte svolgo funzioni apicali nel PD pugliese da 6 anni senza che nessuno mi abbia mosso alcuna censura. Sono obbligato a pensare di essere nel giusto e non che qualcuno abbia omesso di intervenire.

Non ho dunque allo stato alcuna intenzione di lasciare il PD del quale, chiaramente, ho ricevuto la responsabilità dal risultato congressuale pugliese assieme a migliaia di militanti e di simpatizzanti che hanno eletto Matteo Renzi segretario nazionale.

Sono anni che mi batto per costruire un partito che sia un luogo aperto, realmente rappresentativo dei territori, dove si pratica la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, dove ci si occupa dei problemi reali della collettività e non dei propri interessi.

Con il voto di ieri questo percorso è a un punto di svolta, per la prima volta ci sentiamo protagonisti del destino del partito e del paese, incoraggiati da un desiderio di cambiamento dilagante. Basta osservare i volti e le speranze degli italiani che da ieri sera sono magicamente rifioriti dopo la straordinaria e potente vittoria di Matteo Renzi e leggere i nomi della nuova segreteria del PD composta da giovani dei quali sono orgoglioso.

Sono queste le ragioni che mi spingono oggi più che mai a proseguire il mio impegno in politica con il Partito Democratico, con la determinazione di chi sa che questo è un momento storico irripetibile.

Ma farò di più: pur amando il mio lavoro di magistrato, m’impegno sin d’ora a chiedere al CSM, ove terminassi l’aspettativa elettorale, di essere posto fuori ruolo organico e assegnato ad incarichi non giurisdizionali.

Sogno da stamattina una politica diversa, dove i compagni di partito non si sgambettano a vicenda e piuttosto collaborano in favore dell’interesse dell’Italia. Dove il Sud sia importante per il Pd come ogni altra parte d’Italia.

Nel frattempo continuerò fino all’ultimo a fare il sindaco e a lottare perché Bari non torni indietro."

Scritto da Redazione
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