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Comunali a Bari: flop delle donne (anche grazie agli uomini)

Nel Consiglio Comunale di Bari appena decaduto (2009-2014) c'era una sola donna su 47 consiglieri. In quello che sta per insediarsi, frutto delle Amministrative del 25 Maggio, ce ne saranno al massimo 6 su 36 Consiglieri. I fatti e i numeri sembrano decretare, almeno parzialmente, il fallimento della legge 215/2012 concepita appunto per promuovere il riequilibrio delle rappresentanze di genere nei consigli e nelle giunte degli enti locali e nei consigli regionali. E volutamente preferiamo il dato assoluto a una percentuale che potrebbe risultare falsante.

E a proposito delle prossime regionali, che in Puglia avranno luogo, salvo sconvolgimenti, nel 2015, sarà necessario per tutti i partiti e i movimenti ripensare seriamente a una serie di azioni e strategie che, dando per scontato che sia impossibile in tempi così brevi modificare la legge nazionale, possano renderla più efficace e produttiva di quanto sia stata in questa circostanza.

Sempre ammesso, chiaro, che la regione Puglia riesca a partorire una legge elettorale purchessia, che tenga conto, ad esempio, dei 50 consiglieri e non più dei 70 e che recepisca in modo intelligente lo spirito di una legge nazionale che, meglio chiarirlo subito, non parla affatto di "quote rosa" o "quote protette" ma di riequilibrio di genere (che ci sembra ben altro concetto).

A Bari la legge ha prodotto il fenomeno dell'accoppiata: dato che la doppia preferenza non era obbligatoria ma se veniva espressa doveva necessariamente riguardare un uomo e una donna, si sono visti "santini" a due facce, con la donna quasi sempre al secondo posto e in secondo piano. Pochissima comunicazione efficace (da parte di tutti) non ha permesso di comprendere che, per esempio, si poteva benissimo votare anche la donna da sola e che la doppia preferenza, in ogni caso, doveva essere espressa sulla stessa lista.

Ma, quel che è peggio, le donne sono state racimolate quasi dappertutto esclusivamente per coprire l'obbligo del terzo e due terzi (nessuno dei due generi poteva superare i due terzi dei candidati in lista): è vero che il candidato più suffragato in assoluto è una donna (Mauronidoia, della Lista Schittulli), ma vista l'organizzazione paramilitare della stessa (lista), è ben probabile che avrebbe ottenuto lo stesso risultato anche senza il "paracadute" della legge e della doppia preferenza.

Insomma, quelli che perplessi, lamentavano che i diritti non possono essere imposti solo dalla legge e che per cambiare mentalità ci vuole ben altro che un pezzo di carta, hanno avuto ragione quasi su tutti i fronti. Alla discussione gioverebbe anche riflettere sull'accresciuta presenza femminile fra gli eletti al Parlamento Europeo (innescata anche dalla decisione di candidare solo donne a capolista delle cinque circoscrizioni da parte del PD) e dall'impennata di assessore nelle giunte (questa sì imposta dalla legge), dovuta all'ampia discrezionalità di cui godono Sindaci e Sindache sul tema.

Infine: riteniamo che l'esperienza pugliese degli Stati Generali delle Donne (una sorta di think tank pre-elettorale che ha cercato di "fornire" ai partiti serie indicazioni su donne da candidare) debba necessariamente proseguire, incamerando la preziosa esperienza di queste amministrative che, a nostro parere, ha decretato se  non la morte almeno l'appannamento del mito "quote rosa" o "quote protette". I maschi, si sa, cedono difficilmente e ovunque il potere di cui ancora dispongono in solitudine. Forse alle donne conviene sempre e comunque proporsi per quel che sono e per quel che valgono, al di là di accoppiate e "matrimoni elettorali" di effimera durata ed illusoria efficacia.

Scritto da Fortunata Dell'Orzo
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