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Michele Costantino, il professore col sorriso sulle labbra

 

E' difficile immaginare il riposo eterno di qualcuno che ha incorniciato tutta la sua vita in un sorriso, senza mai tenerlo per sé.

Michele Costantino- avvocato e docente universitario barese-non lo indossava,  lo sfoggiava con una naturalezza che ammorbidiva l'aria un po' burbera e riservata.

Non l'ho mai visto triste, neanche di recente.

Lo incontravo spesso ed era sempre il primo a regalare il sorriso, semplicemente per ricordarmi seduta ai primi banchi per le sue lezioni.

Diritto privato è lo zoccolo duro del primo anno universitario, si sa, ma le aule che riempiva il professor Costantino non le ho mai più viste per tutta la durata del mio percorso di studio.

Avevo sentito parlare benissimo di lui a livello umano e professionale prima ancora di iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza: "una grande mente dentro un grande uomo",  ecco chi ha perso la città di Bari che lo ha amato incondizionatamente.

Un amore reciproco che il Professore ha sempre dimostrato con il suo impegno e la sua dedizione nelle battaglie giuridiche che lo hanno visto molte volte protagonista e vincente.

Le sue qualità le abbiamo apprezzate tutti, anche fuori dall'università e dal tribunale; era uno di noi che dimenticava di essere uno dei più grandi uomini del diritto degli ultimi tempi.

Anche per questo era amato da chi era lontano dal suo ambiente.

Con l’ironia mai scontata e l’umiltà che lo caratterizzavano era impossibile non nutrire affetto e stima.

Come la maggior parte degli studenti al primo anno universitario, ho temuto il suo giudizio: bocciava con sorriso senza mai offendere chi del diritto non sapeva nemmeno la definizione e mai promuoveva per simpatie.

Noi ragazzi, freschi di diploma,  alzavamo il passo per prendere i primi posti con il timore di non sentirlo, di non vederlo o di non essere considerati.

Tante volte ci siamo seduti a terra, con le gambe incrociate su cui poggiavamo il quaderno degli appunti carichi d’inchiostro.

La registrazione delle sue lezioni aveva un doppio utilizzo: memorizzare fonti e norme giuridiche e sorridere.

Aveva ragione Lillino, il bidello della Facoltà, a cui mi avvicinai per chiedere informazioni sull’aula del professor Costantino. “In fondo a sinistra, aula XII, la più grande. Sei fortunata, signorì, da oggi imparerai ridendo”.

Invece, Michele, ha fatto molto di più: ci ha fatto innamorare del diritto mescolando nozioni giuridiche al dialetto barese, senza dimenticare di rispolverare il latino.

Il suo dialetto semplificava nozioni di cui ignoravamo l’esistenza e spegneva il terrore e l’ignoranza nei nostri occhi.

Era come vederlo scendere dalla cattedra e unirsi a noi: ci veniva incontro, il Professore, e- durante la lezione-non mancava mai di chiederci se tutto fosse chiaro”.

Il metodo era infallibile perché ci offriva  la possibilità di capire prima, e di ricordare dopo il senso di norme ed eccezioni.

Così, per esempio, la donazione prima di essere un” negozio giuridico col quale una parte, il donante, intenzionalmente arricchisce l’altra, il donatario, disponendo di un proprio diritto o obbligandosi a disporne senza conseguire un corrispettivo”, era per noi alunni un gesto generoso del buon Colìn (e non di Tizio) che offriva a Ciccill, che per tutti gli altri docenti era Caio.

Michele Costantino riportava tutti gli esempi nella sua città, e i contratti avevano sempre degli aneddoti divertenti da raccontare ad amici e parenti.

Dimenticarli è impossibile, come impossibile è dimenticare lui, con quello sguardo sempre lucido e vispo. Ridente.

La sua era molto più che una lezione: l’ora più attesa della giornata che ci vedeva particolarmente seri e attenti, con il sorriso sulle labbra.

Non ho mai visto nessuno alzarsi irrispettosamente dalle sedie prima che terminasse di donarci il suo sapere, e non ho mai sentito nessuno prenderlo in giro o detestare il suo modo (unico) di insegnare.

Il rispetto che echeggiava tra i banchi accomunava il più diligente al più superficiale degli alunni.

Quando Michele si arrabbiava il silenzio si faceva assordante e s’interrompeva sempre dopo pochi attimi con una sua battuta.

Era imprevedibile, come tutte le persone dotate di grande intelligenza e umorismo.

Fece presto a diventare il mio professore preferito e nessun altro, negli anni a seguire, prese il suo “posto”.

Glielo dissi quattro anni dopo essermi laureata, quando lo incontrai casualmente in Via Cairoli; mi sorrise e mi chiese che anno fosse quello in cui ero stata sua alunna.

Allora, gli confidai che pur avendo seguito tutto il corso e i seminari pomeridiani che solo lui-ai miei tempi-teneva dalle 15 alle 18, decisi di sostenere l’esame con un altro docente, terrorizzata com’ero dal suo giudizio.

Non me lo sono mai perdonato.

Lo capì e m’interrogò su quel marciapiede con domande a brucia pelo e fummo felici di ricordare anche i suoi esempi in gergo dialettale.

Lo ringraziai per quello che ci aveva regalato, in particolar modo per i fac simile degli atti che ci distribuiva in aula, perché proprio non accettava il fatto che in Facoltà nessuno potesse apprendere facendo almeno un po’ di pratica.

“E’ come se ad uno studente di medicina non gli fanno vedere il corpo di Big Jim, l’ignoranza uccide chi la esercita e chi la riceve”.

Michele scoprì in quell’occasione che facevo parte di una famiglia che stimava molto e che ricambiava lo stesso sentimento, ma prima di allora mi trattò come se lo sapesse già.

Non gl’importavano le parentele, riconosceva tutti i suoi alunni in quanto tali e mi sono sempre chiesta come riuscisse a farlo considerato l’elevatissimo numero.

Il Professore era un’icona, un esempio a cui molti avvocati devono la propria carriera, un “mito” anche per Lillino, il bidello che non aveva potuto studiare e che ascoltava le parole provenienti dall’aula XII, sempre a porte aperte, come le braccia di Michele, che ha accolto tutti, anche i più “ciucciarelli”, come amava chiamarli.

Grazie, Professore.

Scritto da Annalisa Tatarella
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