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Perché la giustizia non ha calendario?

Questo lungo intervento di Andrea Costantino riporta alle cronache il problema della giustizia in Italia e a Bari in particolare. Non vogliamo entrare nel merito della questione, su cui siamo già intervenuti in passato, ma intendiamo sottolineare come Costantino abbia ragione a chiedere una giustizia più efficente e, soprattutto, che possa essere applicata in tempi certi ed utili. Si sta parlando dell'esclusione del film girato dal titolo "Sposerò Nichi Vendola" e della sua esclusione dal Festival del Cinema di Bari. Ecco l'intervento, con una piccola considerazione: è lo stesso autore Costantino a citare le pubblicazioni, le segnalazioni e la distribuzione che ha ottenuto. Ha davvero bisogno della partecipazione a un festival come quello di Bari?

Sono nato in una famiglia di “illustri giuristi” come ricordava Oscar Iarussi in un articolo del 2001 che narra di una delle mie piccole imprese di cinema. Ricordo che nella mia università, sono laureato in Giurisprudenza, per prendere un posto a sedere e seguire la lezione, dovevi andare all’alba ad aspettare che si aprissero i cancelli della facoltà. Ed era paradossale come nel luogo in cui si insegnano le regole, non c’era una regola per sedersi liberamente. C’era chi occupava appena entrato file intere con sciarpe e cappotti e chi spargeva libri e altri oggetti. Così un giorno ho educatamente spostato uno di questi oggetti per sedermi dove volevo io e un tizio mi ha puntato contro una “molletta” che sarebbe un coltello a scatto. Un amico ci ha diviso e io, passando una mano sotto il braccio del mio amico che ci divideva, ho dato un ceffone al delinquente, quello mi ha minacciato dicendo che mi avrebbe aspettato all’uscita, ma poi non è venuto. Forse ha scoperto che le lezioni per cui sgomitavamo erano di mio padre e avrà temuto per il suo esame.

Fatta questa premessa, aggiungo che ho frequentato poco i tribunali sia perché c’era sempre un’aria di gran disordine, sia perché, dopo la laurea, mi sono occupato di cinema più che di diritto.

Nel 2010 sono stato invitato e successivamente censurato per 2 anni dal festival del cinema di Bari con questa motivazione “non opportuno perché il festival è finanziato dalla Regione Puglia”. Ho protestato sul web e a febbraio del 2012 sono stato diffamato sulla prima pagina del quotidiano “La Repubblica”.

Il 2 maggio 2012 ho querelato per diffamazione a mezzo stampa un certo Laudadio Felice perché ha censurato un mio film dopo che la segreteria del festival, gestita anche da persone non baresi, mi aveva invitato a partecipare. 

Nemo profeta in patria, tranne per chi milita nelle campagne elettorali del ridente indagato presidente della regione, il diverso Nichi Vendola

La motivazione della censura, di cui esiste documento scritto, riporta: “non opportuno perché il festival è finanziato dalla Regione Puglia”. Esistono film incompatibili con i finanziamenti regionali? E perché? Un film è emozione e riflessione. Perché censurarlo? Perché ha un titolo ironico satirico come “Sposerò Nichi Vendola”? Perché limitarne la visibilità? Peraltro una visibilità, quella del Bifest, finanziata più di un milione di euro, fondi europei destinati alla “valorizzazione delle risorse naturali e culturali per l’attrattività e lo sviluppo”.

Ma torniamo alla questione giudiziaria. Grazie alla prima pagina del giornale LaRepubblica e grazie al direttore del Bifest, Laudadio Felice, ho scoperto meglio cos’è questo reato, la diffamazione a mezzo stampa, un reato penale. In questo caso poi la “stampa” è di un giornale che si chiama “La Repubblica”, un giornale che prende tanti soldi dallo Stato, quindi dalle nostre tasse, per fare “informazione”.  Appunto, dovrebbe fare informazione, ma in questo caso ha concesso ad un “uomo di cultura” una prima pagina per fare considerazioni personali e diffamatorie, e per consentire la divulgazione di un vero e proprio avvertimento a me e  indirettamente a tutti i giovani registi baresi, circa una ventina. Sono stato chiamato “stalker” perché ho protestato alla censura. Il reato di stalking è un reato penale che di solito si denuncia in questura e non sulle prime pagine dei giornali. Nell’articolo sono stato chiamato “figlio di papà” che gira film con soldi di papà, altra bugia perché mio padre non ha mai investito un solo euro nei miei film. Mio padre ha investito nella mia formazione come dovrebbe fare un buon padre e come dice l’articolo 147 del codice civile:

Doveri verso i figli.

Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.”

Il mio film è stato definito “filmetto” per gonzi e altre pietose falsità che non sto qui a ripetere. C’è un gruppo facebook dedicato a questa questione, si chiama www.imieiprimicentopassi.it.

Tutti dovevano capire che fossi io, ma con la consulenza del suo avvocato barese, tale Michele Laforgia, Laudadio sperava di proteggersi da un’eventuale azione legale.  Lo stesso avvocato, di Laudadio Felice, casualmente per strada mi disse con lo stesso fare intimidatorio: “lascia perdere, non querelarlo, non c’è il tuo nome nell’articolo”.

Ovviamente questo atto diffamatorio mi ha creato professionalmente un grande imbarazzo e danni accertati e documentati nel momento più delicato della mia giovane carriera, dove alle spalle non c’è un papà mecenate, anzi non c’è proprio più un papà. Infatti mio padre è morto lo scorso agosto e mi ha sostenuto in tutti i modi in tutte le battaglie in cui ha creduto, non in tutte tutte le mie battaglie. Proprio ad agosto in concomitanza con questa enorme perdita ho conferito la mia ditta individuale, precedentemente costituita nel 2001 con 25.000 euro e che oggi ha un valore certificato in 40.000 euro in una società, la AncheCinema srl.

Il mio film, al contrario di quanto ha sostenuto Laudadio Felice, è stato finanziato con trasparente gestione, verificabile, ed il finanziamento pubblico è stato integralmente investito nei miei collaboratori, è il primo cortometraggio italiano distribuito, un vero caso la distribuzione (1400 copie vendute in 25 punti vendita), quindi visibile per tutti,  con un progetto editoriale indipendente in Feltrinelli (EditoreAnchecinema), dichiarato di interesse culturale nazionale dal Ministero dei Beni Culturali con il massimo punteggio, proiettato con successo alla 67 Mostra Internazionale D'Arte Cinematografica di Venezia, finalista ai Nastri D'Argento 2010, selezionato in rassegne internazionali in Inghilterra, Portogallo, Stati Uniti e Argentina.

Ed eccoci qua nell’anno 2014 ad attendere che la procura di Bari, nella persona del PM Lidia Giorgio prenda una decisione.

Mi chiedo quanto si senta potente un diffamatore che ha accesso a tali mezzi di informazione, o disinformazione, e quanto un organo di tutela della giustizia dei cittadini, pagato dai cittadini, come dovrebbe essere una procura, possa non avere una scadenza per prendere una decisione.

In sintesi estrema, la procura dovrebbe da più di un anno e mezzo decidere se archiviare la querela, con motivazione, o rinviare a giudizio il direttore del festival più importante della Regione.

Mi chiedo: Perché la giustizia non ha calendario?  Eccesso di lavoro? Io sono abituato anche quando c’è un eccesso di lavoro a organizzarlo prorogando le scadenze.  Perché la giustizia non ha scadenze? Perché devo mendicare giustizia chiamando ogni settimana il mio avvocato? Chi trae beneficio da questo modo di operare?  Io certamente, ancora una volta, NO.

Andrea Costantino

Scritto da Roberto Mastrangelo
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