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Camusso a Bari, grande folla e pessimo servizio stampa

Susanna Camusso a Bari. La CGIL di Puglia si mobilita e da tutta la Regione arrivano in un migliaio abbondante. Viene scelto un albergo nuovissimo nei pressi dell’aeroporto, sala grande ma non per tutti. Abbastanza prevedibile, diremmo, se si muove un personaggio così importante e al centro del dibattito politico-economico, a un mese dalle prossime politiche.

L’albergo avrebbe tutte le caratteristiche per non lasciare nessuno in piedi, o almeno privo della possibilità di ascoltare stando fuori. Se proprio non ci sono i soldi per qualche schermo nella hall a terra e al primo piano, si potrebbe per lo meno far sentire l’audio, con una semplice derivazione del service.

Service multimediale e fantasmagorico, con tre o quattro schermi interni alla sala, telecamere qui e lì, sempre dentro la sala, poltrone rosse, moquette a terra e….nemmeno una postazione per i giornalisti, costretti, insieme ai fotografi e ai telecineoperatori (e spesso le tre figure ormai coincidono) ad ammassarsi ai lati del “palco”, scrivendo in piedi, nella migliore delle ipotesi, oppure, nel caso si abbia l’ormai diffusissimo Ipad, scoprendo che non c’è un wifi disponibile (se lo vuoi vai alla reception e te lo paghi e comunque nessuno sa dirti se c’è o meno disponibilità ad averlo gratis, perché in albergo, ovviamente c’è).

Arriva la Camusso per un’assemblea regionale e “non abbiamo previsto nessuna postazione per i giornalisti, se vuoi appena finisce uno dei relatori ti siedi al posto suo” mi dice il “capo ufficio stampa” tale Lillino Varvara, che non è ovviamente giornalista (e manco pubblicista).

Il poveraccio non capisce l’indignazione che intanto serpeggia fra i giornalisti e  i tele cineoperatori costretti a pose da contorsionisti per poter documentare l’evento. Non capisce che un appuntamento così importante, in piena campagna elettorale, con la CGIL che praticamente da sola sta sostenendo il ruolo credibile di una Sinistra Italiana orma morta o trasformata nella caricatura di se stessa, non può prescindere da una serie di supporti e facilities (come si sa dire) per chi quell’appuntamento dovrà raccontare.

E non capisce che più i giornalisti avranno agio e spazio per lavorare, più l’informazione sarà diffusa, più il cittadino e la cittadina verranno informati. E non capisce che non è avvisando cinque testate cinque (quelle che contano, quelle che se non ci sono non si comincia, quelle con le quali si mantengono rapporti al limite della deontologia sicuri che “se ci sono loro ci sono tutti” si ottiene attenzione, rispetto e copertura dall’intero sistema mediatico.

Ecco perché alla conferenza stampa “riservata” di Susanna Camusso noi non c’eravamo: semplicemente non abbiamo ricevuto nessun avviso, comunicato, telefonata, fischio del pecoraio, o un semplice e baresissimo auèèèèè.

Entrando in albergo e vedendo la folla che si radunava c’era venuta l’ispirazione per un pezzo speciale, da dedicare a questa CGIL carica di storia e di passato, pensando al futuro che l’attende. Abbiamo pensato anche al titolo: CGIL, la Sinistra che manca all’Italia. Speravamo di ascoltare Susanna Camusso prendendo fedeli appunti sul nostro trabiccolo telematico. Ma ci siamo arrabbiati tanto, per la mancanza di intelligenza, educazione e rispetto che un tale senza alcuna qualifica ha dimostrato nei nostri confronti. Nostri di tutti coloro che si occupano di raccontare, riportare, chiedere, indagare.

Un tale che forse ignora (ma la CGIL dovrebbe saperlo) che la legge impone ormai da anni che gli uffici stampa siano coperti da giornalisti, professionisti o pubblicisti che siano. Un tale che con la sua imperdonabile e becera leggerezza (“non abbiamo previsto una postazione per i giornalisti”) ha di fatto interrotto un servizio pubblico. E sì, perché nella sua follia egotica e barocca, su una cosa Michele Santoro ha ragione, quello del giornalista, per chiunque lavori, è sempre e comunque un servizio pubblico.

Scritto da Fortunata Dell'Orzo
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