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Ilva: muro contro muro sul sequestro e sulla legge

Lavoro o legge? Ambiente o salute? Procura o Governo? Aia o sequestro? Cassa integrazione o ripresa delle attività? Parlando di Ilva la prima immagine che viene in mente è quella di un muro, con i protagonisti a scambiarsi colpi ed a lanciarsi pietre da una parte all'altra.

Ed è proprio muro contro muro tra la Procura di Taranto e la famiglia Riva. La Procura ha, infatti, respinto anche la nuova istanza di dissequestro vincolato avanzata dalla proprietà dell'Ilva, che prevede il dissequestro delle merci, la loro reintroduzione sul mercato e la destinazione di tutto il ricavato esclusivamente per il pagamento degli stipendi e l'attuazione della bonifica della fabbrica.

La famiglia Riva avrebbe accettato anche il controllo di un garante, nominato per seguire tutto l’iter di vendita di quei beni ed il reinvestimento immediato del capitale realizzato. La risposta della Procura è stata, però, lapidaria: “all’autorità giudiziaria non è consentita l’adozione di misure di compromesso, magari anche comprensibili da diversi altri punti di vista, ma che sono prive di fondamento in specifiche disposizioni normative processuali e penali” ha detto il procuratore Sebastio.

Intanto la Procura di Taranto ha inviato gli atti alla Corte Costituzionale, sollevando una questione di legittimità costituzionale della legge 231, la "salva Ilva" voluta dal Governo ed approvata dal Parlamento. La disposizione, secondo il gip Patrizia Todisco, si troverebbe in contrasto con numerosi articoli della Costituzione della Repubblica.

Sarà quindi la Corte in ultima istanza a pronunciarsi. Ad ammettere o respingere l’interpretazione dell’esecutivo sull’intera vicenda, che dovrebbe chiudersi con un’applicazione della ristrutturazione prescritta per l’acciaieria, dall’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale, così come chiesto dal Governo.

Intanto dal presidente dell'impianto Bruno Ferrante è stato nuovamente sollevato lo spettro della cassa integrazione. "Se i prodotti di Taranto non dovessero essere dissequestrati, c'è purtroppo uno scenario inevitabile: il blocco degli stabilimenti siderurgici di Taranto, Genova e Novi Ligure" e la conseguente richiesta di cassa integrazione che potrebbe coinvolgere, soltanto a Taranto, circa 8000 lavoratori.

Anche i vertici della Regione Puglia, per bocca del Presidente della Giunta Nichi Vendola e dell'Assessore alla Qualità dell'Ambiente Lorenzo Nicastro, si sono detti a più riprese favorevoli allo sblocco delle mercio, alla loro commercializzazione controllata per reinvestire in opere di messa in sicurezza e per garantire gli stipendi agli operai.

D'altronde appare evidente che, come detto anche da Ferrante, "se non si può vendere non si può fatturare, e se non si può fatturare, la chiusura appare inevitabile".

C'è bisogno, dunque, di una soluzione, ed anche con estrema urgenza.

Intanto si tratta di conciliare, per quanto possibile, l'aspetto giuridico con quello industriale. Al momento sembra che la strada più percorribile sia chella di un esame delle merci che sono sottoposte ai sigilli giudiziari dal 26 novembre, vedere se lo stoccaggio all'aperto le sta deteriorando o meno, quindi avviarne la vendita ai clienti che le hanno ordinate. Sempre che non arrivino ulteriori disdette delle commesse sul capo dell'Ilva come quella della settimana scorsa dagli Stati Uniti per 15 milioni di euro.

Alla fine, potrebbe esserci una convergenza sulla figura di Mario Tagarelli, presidente dell'Ordine dei commercialisti di Taranto, e delegato dal gip Patrizia Todisco per agli aspetti amministrativi dell'Ilva. Il denaro eventualmente incassato, però, secondo i magistrati di Taranto potrebbe andare in un fondo vincolato (e quindi non disponibile all'azienda per le finalità chieste dalla famiglia Riva).

Scritto da Roberto Mastrangelo
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